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Liturgia
| L'esperienza dei Dodici e della Chiesa di Gerusalemme |
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La testimonianza apostolica sulla Pasqua secondo il Nuovo Testamento Il movimento cristiano, del quale noi -per dono di Dio in Cristo- siamo gli attuali fruitori e testimoni, inizia e parte dall'esperienza pasquale. L'esperienza gerosolimitana dei Dodici e della Chiesa dell'Ascensione e della Pentecoste è ben descritta dalle parole di Pietro al centurione Cornelio e alla sua famiglia, a Cesarea Marittima: « Voi sapete ciò che è accaduto?, come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nazaret?. E noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme. Essi lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che si manifestasse a testimoni prescelti, a noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti. E ci ha ordinato di annunciare al popolo e di testimoniare che egli è il giudice dei vivi e dei morti. Chiunque crede in lui riceve il perdono dei peccati per mezzo del suo nome» (Atti degli apostoli 10,37-43). Il gruppo dei testimoni, secondo la teologia lucana, è stato formato a entrare nel mondo del Risorto durante i quaranta giorni trascorsi tra la risurrezione e l'ascensione al cielo (At 1,3). I Dodici, i fratelli e le sorelle del Signore, le donne e i primi discepoli, la stessa Maria madre di Gesù, sono passati dal contatto con il Gesù terreno all'esperienza della fede nel Cristo glorioso. I quaranta giorni sono stati un compiuto periodo di apprendimento e di esperienza del Nuovo Testamento da parte della Comunità giudeocristiana di Gerusalemme. Nel passaggio pasquale da una conoscenza di Gesù, secondo la carne, (2Cor 5,16) a una conoscenza del Risorto, secondo lo Spirito, si è trattato di passare con fatica e gradualità da un'ottica messianica umana (Lc 24,21; At 1,6-7) a una conoscenza secondo la fede che proviene dallo Spirito, come è narrato dalle catechesi neotestamentarie (cf. At 5,40-42; 7,55-60; 12,11; 2Cor 12,9b-10; 1Pt 1,6-9; 2,19-25; 3,13-4,6; 4,12-19; 5,9-11; ecc.). Non che ci sia stata una naturale e indisturbata continuità tra la conoscenza psichico/umana del Gesù terreno e quella pneumatico/spirituale del Risorto. Se si leggono con molta attenzione i Vangeli delle manifestazioni di Cristo risorto, si percepisce, sotto una loro apparente semplicità, la delicatissima laboriosità, gradualità e profondità della conversione che il riconoscimento del Risorto ha comportato per la libertà dei primi testimoni del Nuovo Testamento; si pensi alle parole dette da Gesù a Tommaso: «Poiché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!» (Gv 20,29). Il vedere di Tommaso e degli altri testimoni non ha abolito la fede e, quindi, la libertà dell'adesione al Signore; anzi, suppone una metamorfosi (= trasfigurazione), una rivoluzione mentale e spirituale, un'accettazione e un'assimilazione del mistero pasquale, che i discepoli avevano sempre risolutamente rigettato (cf. Mt 16,21-28; 17,22-23; 20,17-28; Mc 8,31-38; 9,30-37; 10,32-45; Lc 9,18-26.43b-48; 18,31-34; Gv 13,6-8). Tutti i racconti evangelici di riconoscimento di Gesù di Nazaret nel Cristo risorto, presentano questo passaggio sconvolgente e doloroso dei discepoli attraverso la porta stretta (Lc 13,24) del consenso dato a un Messìa, Servo crocifisso (cf. At 3,12-16.26; 4,24-28.30), anzi, a un Crocifisso Signore della gloria (1Cor 2,8). L'annuncio pasquale è risuonato, la prima volta, in questi termini: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il Crocifisso. E' risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l'avevano deposto» (Mc 16,6). Il primo effetto di questo annuncio è il disorientamento e la paura che mette in fuga il gruppo delle donne recatesi al sepolcro (Mc 16,5-8). Poi, nei vari momenti del riconoscimento del Risorto, narrato dai Vangeli nelle manifestazioni o cristofanìe post-pasquali, notiamo l'assenza di qualsiasi aspettativa da parte dei discepoli. Inoltre, l'iniziativa della manifestazione è presa sempre e solo dal Risorto: è Lui che si fa vedere, che appare (Mc 16,9.12.14; Lc 24,34.35; Gv 21,1.14; At 2,3; 1Cor 15,5.6.7.8; ecc.), offrendo dei segni di identificazione (Mt 28,9; Mc 16,14; Lc 24,30..39-43; Gv 20,5-8.17; 21,5.9.12-13; ecc.), segni che implicano una differenza esistente tra il corpo terreno e quello glorioso di Gesù. Il riconoscimento di Gesù in quanto Risorto da parte dei discepoli, come appare dai racconti evangelici, è un riconoscimento laborioso e delicato, termine e frutto di una lenta, libera e vera conversione. Tra l'esperienza terrena del Maestro crocifisso e quella del Risorto glorioso c'è, dunque, il mistero di una scandalosa continuità. L'esperienza del Risorto attraverso le manifestazioni dei quaranta giorni richiede sempre la conversione e l'ingresso dei discepoli nella sapienza scandalosa della croce, come afferma l'apostolo Paolo (1Cor 1,17-2,16). Questa esperienza è sintetizzata nella più antica professione di fede cristiana: «Ogni lingua proclami: Gesù Cristo è Signore! a gloria di Dio Padre» (Fil 2,11). La nostra conversione, così come quella dei primi discepoli, sarà sempre un balzo in avanti, sia pure attraverso un salto nel buio della fede in un Risorto da una morte di croce. Ma proprio qui risiede la promessa salvifica che ci dona la speranza in un compimento sensato e gioioso della vita, nostra e di tutto l'universo: «Se con la tua bocca proclamerai: Gesù è il Signore!, e con il tuo cuore crederai che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo» (Rm 10,9). (Rielaborazione da ROSSI DE GASPERIS Francesco, Paolo di Tarso evangelo di Gesù, Editrice Lipa, Roma 1998, 21-27) |
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