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L’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo PDF Stampa E-mail
I rischi di un cristianesimo non ispirato dal Vangelo.

Una ricerca pubblicata su famiglia cristiana , n. 44/2007 a pag. 42 –che rileva come il 69% degli italiani non ha mai letto i quattro Vangeli e che solo il 15% li ha letti almeno una volta nella vita lascia sgomento chiunque abbia a cuore la qualità della vita cristiana e la trasmissione della fede alle nuove generazioni. I dati lasciano attòniti soprattutto se si pensa che la maggioranza di queste persone si dice “credente” e il 17% anche praticante. Questo dovrebbe far riflettere quanti oggi continuano a ritenere come fortemente positiva la situazione ecclesiale italiana, ripetendo che in Italia il cattolicesimo è un fatto popolare radicato nel tessuto della vita della gente e che permea e plasma la vita della maggioranza degli italiani. E’ certamente vero che il cristianesimo non è religione di un libro, ma è altrettanto vero che solo i Vangeli, all’interno della Bibbia, consentono la conoscenza di Gesù Cristo, centro e cuore del cristianesimo, sicché, come ha affermato San Girolamo e come è stato riaffermato dal Concilio Vaticano II, «l’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo». Non stupiscono, alla luce di questi dati, l’ignoranza di fede che affligge molti di coloro che partecipano all’Eucaristia domenicale e l’analfabetismo di fede delle nuove generazioni. Anzi, viene confermato il giudizio impietoso che il cardinale Joseph Ratzinger dette a suo tempo sugli esiti catastrofici della catechesi nei tempi moderni. La domanda che sorge è: quale figura di cristiano emerge scissa dalla conoscenza di Gesù Cristo data dalla lettura e dalla frequentazione dei Vangeli? Come si configura un cristianesimo in cui il Vangelo non diventa il libro che ispira la vita e i vissuti dei credenti? Sarà un cristianesimo rituale, devozionale, ridotto a fatto culturale o sociale, a fenomeno di folclore o addirittura rischierà le derive della superstizione. E’ infatti grazie alla lettura personale e diretta della Bibbia e, in primo luogo, dei Vangeli che il cristiano può nutrire la sua fede e irrobustire la sua capacità di testimoniarla. Ma perché i cattolici italiani leggono così poco la Bibbia e gli stessi Vangeli? Certamente va messo in conto il ritardo con cui in Italia la Bibbia ha potuto diventare il libro a cui il semplice cristiano aveva accesso diretto, non limitato al solo ascolto dei brani liturgici. Solo con il Concilio Vaticano II le cose sono sensibilmente cambiate. Ma, data in mano la Bibbia ai credenti, occorre dar loro strumenti di lettura semplici che aiutino la vita di fede, altrimenti essa resta un libro chiuso. Inoltre oggi molti sentono difficile l’atto stesso della lettura, a fronte della maggiore facilità e immediatezza di accesso ai mezzi audiovisivi; l’efficientismo ecclesiale e il primato sovente accordato nelle parrocchie ad attività organizzative ed assistenziali, non favoriscono il radicarsi della lettura biblica come elemento importante nella formazione della fede del cristiano. Come porre rimedio a questa situazione? Con una predicazione sempre più incentrata su Gesù Cristo e sul Vangelo; adempiendo il mandato che il Concilio Vaticano II ha assegnato ai vescovi, «depositari della dottrina apostolica» (Dei Verbum, n. 25), di introdurre i fedeli nella conoscenza della Sacra Scrittura e massimamente dei Vangeli; diffondendo la pratica della lectio divina, ossia della lettura orante della Scrittura che potrà recare alla Chiesa, secondo le parole di Benedetto XVI, «una nuova primavera spirituale».
 

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