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Discorso di Sua Santità Benedetto XVI alla Cei 61a Assemblea Generale - Roma - 24÷28 maggio 2010

Venerati e cari Fratelli,

nel Vangelo proclamato domenica scorsa, Solennità di Pentecoste, Gesù ci ha promesso:"Il Paraclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto" (Gv 14, 26). Lo Spirito Santo guida la Chiesa nel mondo e nella  storia.  Grazie  a  questo  dono  del  Risorto,  il  Signore  resta  presente  nello  scorrere  degli eventi;  è  nello  Spirito  che  possiamo  riconoscere  in  Cristo  il  senso  delle  vicende  umane.  Lo Spirito  Santo  ci  fa  Chiesa,  comunione  e  comunità  incessantemente  convocata,  rinnovata  e rilanciata  verso  il  compimento  del Regno  di Dio. È  nella  comunione  ecclesiale  la  radice  e  la ragione fondamentale del vostro convenire e del mio essere ancora una volta con voi, con gioia, in occasione di questo appuntamento annuale; è la prospettiva con la quale vi esorto ad affrontare i  temi  del  vostro  lavoro,  nel  quale  siete  chiamati  a  riflettere  sulla  vita  e  sul  rinnovamento dell’azione  pastorale  della  Chiesa  in  Italia.  Sono  grato  al  Cardinale  Angelo  Bagnasco  per  le cortesi e intense parole che mi ha rivolto, facendosi interprete dei vostri sentimenti: il Papa sa di poter contare sempre sui Vescovi italiani. In voi saluto le comunità diocesane affidate alle vostre cure, mentre estendo il mio pensiero e la mia vicinanza spirituale all’intero popolo italiano.
Corroborati dallo Spirito, in continuità con il cammino indicato dal Concilio Vaticano II, in  particolare  con  gli  orientamenti  pastorali  del  decennio  appena  concluso,  avete  scelto di assumere l’educazione quale tema portante per i prossimi dieci anni. Tale orizzonte temporale è proporzionato  alla  radicalità  e  all’ampiezza  della  domanda  educativa. E mi  sembra  necessario andare  fino  alle  radici  profonde  di  questa  emergenza  per  trovare  anche  le  risposte  adeguate  a questa sfida. Io ne vedo soprattutto due. Una radice essenziale consiste - mi sembra - in un falso concetto  di  autonomia  dell’uomo:  l’uomo  dovrebbe  svilupparsi  solo  da  se  stesso,  senza imposizioni da parte di altri,  i quali potrebbero assistere  il suo autosviluppo, ma non entrare  in questo  sviluppo.  In  realtà, è essenziale per  la persona umana  il  fatto che diventa  se  stessa  solo dall’altro,  l’"io"  diventa  se  stesso  solo  dal  "tu"  e  dal  "voi",  è  creato  per  il  dialogo,  per  la comunione  sincronica e diacronica. E  solo  l’incontro con  il "tu" e con  il  "noi" apre  l’"io" a  se stesso.  Perciò  la  cosiddetta  educazione  antiautoritaria  non  è  educazione,  ma  rinuncia all’educazione: così non viene dato quanto noi siamo debitori di dare agli altri, cioè questo "tu" e "noi"  nel  quale  si  apre  l’"io"  a  se  stesso. Quindi  un  primo  punto mi  sembra  questo:  superare questa  falsa  idea di autonomia dell’uomo, come un  "io" completo  in  se  stesso, mentre diventa "io" anche nell’incontro collettivo con il "tu" e con il "noi".
L’altra  radice dell’emergenza educativa  io  la vedo nello scetticismo e nel  relativismo o, con parole più semplici e chiare, nell’esclusione delle due fonti che orientano il cammino umano. La prima fonte dovrebbe essere la natura secondo la Rivelazione. Ma la natura viene considerata oggi  come  una  cosa  puramente  meccanica,  quindi  che  non  contiene  in  sé  alcun  imperativo morale, alcun orientamento valoriale: è una cosa puramente meccanica, e quindi non viene alcun orientamento  dall’essere  stesso.  La  Rivelazione  viene  considerata  o  come  un momento  dello sviluppo storico, quindi relativo come tutto lo sviluppo storico e culturale, o - si dice - forse c’è rivelazione, ma non  comprende  contenuti,  solo motivazioni. E  se  tacciono queste due  fonti,  la natura  e  la  Rivelazione,  anche  la  terza  fonte,  la  storia,  non  parla  più,  perché  anche  la  storia diventa solo un agglomerato di decisioni culturali, occasionali, arbitrarie, che non valgono per il presente  e  per  il  futuro.  Fondamentale  è  quindi  ritrovare  un  concetto  vero  della  natura  come creazione  di Dio  che  parla  a  noi;  il Creatore,  tramite  il  libro  della  creazione,  parla  a  noi  e  ci mostra  i  valori  veri.  E  poi  così  anche  ritrovare  la  Rivelazione:  riconoscere  che  il  libro  della creazione,  nel  quale Dio  ci  dà  gli  orientamenti  fondamentali,  è  decifrato  nella Rivelazione,  è applicato e  fatto proprio nella  storia culturale e  religiosa, non  senza errori, ma  in una maniera sostanzialmente valida, sempre di nuovo da sviluppare e da purificare. Così, in questo "concerto" – per così dire – tra creazione decifrata nella Rivelazione, concretizzata nella storia culturale che sempre va avanti e nella quale noi ritroviamo sempre più il linguaggio di Dio, si aprono anche le indicazioni per un’educazione che non è imposizione, ma realmente apertura dell’"io" al "tu", al "noi" e al "Tu" di Dio.
Quindi  le  difficoltà  sono  grandi:  ritrovare  le  fonti,  il  linguaggio  delle  fonti,  ma,  pur consapevoli del peso di queste difficoltà, non possiamo cedere alla sfiducia e alla rassegnazione. Educare non è mai stato facile, ma non dobbiamo arrenderci: verremmo meno al mandato che il Signore  stesso  ci  ha  affidato,  chiamandoci  a  pascere  con  amore  il  suo  gregge.  Risvegliamo piuttosto nelle nostre comunità quella passione educativa, che è una passione dell’"io" per il "tu", per il "noi", per Dio, e che non si risolve in una didattica, in un insieme di tecniche e nemmeno nella  trasmissione  di  principi  aridi.  Educare  è  formare  le  nuove  generazioni,  perché  sappiano entrare in rapporto con il mondo, forti di una memoria significativa che non è solo occasionale, ma  accresciuta  dal  linguaggio  di  Dio  che  troviamo  nella  natura  e  nella  Rivelazione,  di  un patrimonio  interiore  condiviso,  della  vera  sapienza  che, mentre  riconosce  il  fine  trascendente della vita, orienta il pensiero, gli affetti e il giudizio.
I giovani portano una sete nel loro cuore, e questa sete è una domanda di significato e di rapporti umani autentici, che aiutino a non sentirsi soli davanti alle sfide della vita. È desiderio di un futuro, reso meno incerto da una compagnia sicura e affidabile, che si accosta a ciascuno con delicatezza e rispetto, proponendo valori saldi a partire dai quali crescere verso traguardi alti, ma raggiungibili. La nostra  risposta  è  l’annuncio del Dio  amico dell’uomo,  che  in Gesù  si  è  fatto prossimo a ciascuno. La trasmissione della fede è parte irrinunciabile della formazione integrale della persona, perché  in Gesù Cristo si  realizza  il progetto di una vita  riuscita: come  insegna  il Concilio  Vaticano  II,  "chiunque  segue  Cristo,  l’uomo  perfetto,  diventa  anch’egli  più  uomo" (Gaudium et spes, 41). L’incontro personale con Gesù è la chiave per intuire la rilevanza di Dio nell’esistenza quotidiana, il segreto per spenderla nella carità fraterna, la condizione per rialzarsi sempre dalle cadute e muoversi a costante conversione.
Il compito educativo, che avete assunto come prioritario, valorizza segni e  tradizioni, di cui  l’Italia  è  così  ricca.  Necessita  di  luoghi  credibili: anzitutto  la  famiglia,  con  il  suo  ruolo peculiare  e  irrinunciabile;  la  scuola,  orizzonte  comune  al  di  là  delle  opzioni  ideologiche;  la parrocchia,  "fontana  del  villaggio",  luogo  ed  esperienza  che  inizia  alla  fede  nel  tessuto  delle relazioni quotidiane. In ognuno di questi ambiti resta decisiva la qualità della testimonianza, via privilegiata  della  missione  ecclesiale.  L’accoglienza  della  proposta  cristiana  passa,  infatti, attraverso relazioni di vicinanza, lealtà e fiducia. In un tempo nel quale la grande tradizione del passato  rischia  di  rimanere  lettera  morta,  siamo  chiamati  ad  affiancarci  a  ciascuno  con disponibilità  sempre  nuova,  accompagnandolo  nel  cammino  di  scoperta  e  assimilazione personale della verità. E  facendo questo anche noi possiamo riscoprire  in modo nuovo  le realtà fondamentali.
La  volontà  di  promuovere  una  rinnovata  stagione  di  evangelizzazione  non  nasconde  le ferite da cui la comunità ecclesiale è segnata, per la debolezza e il peccato di alcuni suoi membri. Questa  umile  e  dolorosa  ammissione  non  deve,  però,  far  dimenticare  il  servizio  gratuito  e appassionato di  tanti credenti, a partire dai sacerdoti. L’anno speciale a  loro dedicato ha voluto costituire un’opportunità per promuoverne il rinnovamento interiore, quale condizione per un più incisivo  impegno  evangelico  e  ministeriale.  Nel  contempo,  ci  aiuta  anche  a  riconoscere  la testimonianza di  santità di quanti –  sull’esempio del Curato d’Ars –  si  spendono  senza  riserve per educare  alla  speranza, alla  fede e alla carità.  In questa  luce, ciò  che  è motivo di  scandalo, deve tradursi per noi in richiamo a un "profondo bisogno di ri-imparare la penitenza, di accettare la  purificazione,  di  imparare  da  una  parte  il  perdono,  ma  anche  la  necessità  della  giustizia" (Benedetto XVI, Intervista ai giornalisti durante il volo verso il Portogallo, 11 maggio 2010).

Cari Fratelli, vi incoraggio a percorrere senza esitazioni la strada dell’impegno educativo. Lo  Spirito  Santo  vi  aiuti  a  non  perdere mai  la  fiducia  nei  giovani,  vi  spinga  ad  andare  loro incontro,  vi  porti  a  frequentarne  gli  ambienti  di  vita,  compreso  quello  costituito  dalle  nuove tecnologie  di  comunicazione,  che  ormai  permeano  la  cultura  in  ogni  sua  espressione.  Non  si tratta di adeguare  il Vangelo al mondo, ma di attingere dal Vangelo quella perenne novità, che consente  in  ogni  tempo  di  trovare  le  forme  adatte  per  annunciare  la  Parola  che  non  passa, fecondando e servendo l’umana esistenza. Torniamo, dunque, a proporre ai giovani la misura alta e  trascendente della vita,  intesa come vocazione: chiamati alla vita consacrata, al sacerdozio, al matrimonio,  sappiano  rispondere  con  generosità  all’appello  del  Signore,  perché  solo  così potranno cogliere ciò  che è  essenziale per ciascuno. La  frontiera  educativa costituisce  il  luogo per un’ampia convergenza di intenti: la formazione delle nuove generazioni non può, infatti, che stare a cuore a tutti gli uomini di buona volontà, interpellando la capacità della società intera di assicurare riferimenti affidabili per lo sviluppo armonico delle persone.
Anche  in Italia  la presente stagione è marcata da un’incertezza sui valori, evidente nella fatica  di  tanti  adulti  a  tener  fede  agli  impegni  assunti:  ciò  è  indice  di  una  crisi  culturale  e spirituale, altrettanto seria di quella economica. Sarebbe illusorio – questo vorrei sottolinearlo – pensare di  contrastare  l’una,  ignorando  l’altra. Per questa  ragione, mentre  rinnovo  l’appello  ai responsabili  della  cosa  pubblica  e  agli  imprenditori  a  fare  quanto  è  nelle  loro  possibilità  per attutire  gli  effetti  della  crisi  occupazionale,  esorto  tutti  a  riflettere  sui  presupposti  di  una  vita buona e significativa, che fondano quell’autorevolezza che sola educa e ritorna alle vere fonti dei valori. Alla Chiesa,  infatti,  sta  a  cuore  il  bene  comune,  che  ci  impegna  a  condividere  risorse economiche e intellettuali, morali e spirituali, imparando ad affrontare insieme, in un contesto di reciprocità, i problemi e le sfide del Paese. Questa prospettiva, ampiamente sviluppata nel vostro recente documento su Chiesa e Mezzogiorno,  troverà ulteriore approfondimento nella prossima Settimana Sociale dei cattolici italiani, prevista in ottobre a Reggio Calabria, dove, insieme alle forze migliori del laicato cattolico, vi impegnerete a declinare un’agenda di speranza per l’Italia, perché  "le  esigenze  della  giustizia  diventino  comprensibili  e  politicamente  realizzabili"  (Enc. Deus caritas est, 28). Il vostro ministero, cari Confratelli, e la vivacità delle comunità diocesane alla  cui  guida  siete  posti,  sono  la  migliore  assicurazione  che  la  Chiesa  continuerà responsabilmente ad offrire il suo contributo alla crescita sociale e morale dell’Italia.
Chiamato per grazia ad essere Pastore della Chiesa universale e della splendida Città di Roma,  porto  costantemente  con me  le  vostre  preoccupazioni  e  le  vostre  attese,  che  nei  giorni scorsi ho deposto – con quelle dell’intera umanità – ai piedi della Madonna di Fatima. A Lei va la  nostra  preghiera:  "Vergine Madre  di Dio  e  nostra Madre  carissima,  la  tua  presenza  faccia rifiorire  il deserto delle nostre solitudini e brillare  il sole sulle nostre oscurità,  faccia  tornare  la calma dopo  la  tempesta, affinché ogni uomo veda  la  salvezza del Signore, che ha  il nome e  il volto di Gesù,  riflesso nei nostri cuori, per  sempre uniti al  tuo! Così  sia!"  (Fatima, 12 maggio 2010). Di cuore vi ringrazio e vi benedico.

Città del Vaticano, 27 maggio 2010

BENEDETTO XVI
 

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