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«Pazzo» l'assassino o chi predica disarmato? PDF Stampa E-mail
di Gerolamo Fazzini - Avvenire

Dopo la tragica fine del vescovo Padovese,chi è più 'pazzo'? Il giovane turco che, 'ispirato da una voce', si arma di un coltello e uccide un vescovo disarmato, un uomo di pace, al cui servizio opera da anni? Oppure lo sparuto gruppo di religiosi e suore (italiani ed europei) che da anni  in obbedienza a una vocazione precisa, non certo per vacuo eroismo  condivide con la Chiesa turca una delicatissima sorte, una sottile persecuzione?
Dell'instabilità mentale  vera o presunta di Altun Murat, l'autista di monsignor Luigi Padovese, molto si parla in queste ore. Il vescovo di Smirne, monsignor Ruggero Franceschini, ha dichiarato che «Altun non è affatto malato di mente» e anzi «si era sottoposto ad accertamenti solo per precostruirsi un alibi». Franceschini conosce molto bene la realtà turca: tra l'altro, è stato vicario apostolico dell'Anatolia prima di Padovese. Perciò fanno molto pensare le sue parole, che riecheggiano quelle che pronunciò nel dicembre 2007, all'indomani dell'aggressione subita da padre Adriano Franchini a Smirne: «Ancora una volta diranno che questo è un atto di un pazzo. Ma allora dobbiamo ammettere che da un anno e mezzo circa in Turchia gli atti di follia sono notevolmente aumentati, guarda caso contro i religiosi cristiani stranieri». Toni simili troviamo oggi nel commento dell'agenzia Asia News agli sviluppi dell'indagine su Murat: «Tra i fedeli e il mondo turco si fa fatica ad accettare la sola tesi della malattia psichica del giovane, divenuta evidente solo qualche mese fa. Diversi attentati negli anni scorsi sono stati compiuti da giovani definiti 'instabili', rivelatisi poi in legame con gruppi ultranazionalisti e anti­cristiani ». Ebbene, se vogliamo accogliere davvero l'appello lanciato dal Papa a Cipro («La soluzione non è la violenza, ma la pazienza del bene, così si può arrivare alla pace»), se vogliamo che la sua richiesta, la sua evangelica pretesa diventi concreta, occorre partire da uno sguardo realista sulla situazione. E in Turchia a poco giova nasconderlo i cristiani sono osteggiati, non tanto dalla gente comune, quanto da componenti dell'apparato politico, da frange estremiste, capaci però di creare un clima di pesante diffidenza: un humus pericoloso sul quale gli atti di 'pazzia' fioriscono con sospetta frequenza. Per queste ragioni, chiedere oggi che si faccia piena luce sull'uccisione di monsignor Padovese non è affatto in contrasto con la volontà di dialogare con l'islam. Esigere la verità sull'accaduto senza indulgere a dietrologie e a isterismi polemici è un contributo indispensabile alla chiarezza, necessaria perché continui quel rapporto franco di amicizia che la Chiesa locale presta non da oggi nella società turca. È stato lo stesso monsignor Padovese a indicare questa strada. Nell'estate del 2006, all'indomani dell'aggressione a padre Pierre Brunissen a Samsun, il vescovo ucciso tre giorni fa denunciava «un forte nazionalismo che cerca di creare sempre più distanza fra mondo europeo e mondo turco».
E chiedeva di far luce sull'incidente, appurando se si trattasse solo del gesto di uno squilibrato o se dietro si nascondessero possibili mandanti. Uno scenario del genere si ripropone oggi. In queste ore la comunità ecclesiale turca è chiamata, ancora una volta, a riaffermare la propria fedeltà 'a caro prezzo' a una terra che ha già visto versare molto sangue cristiano. A testimoniare la propria ostinata fiducia nel dialogo paziente. A scommettere sulla 'follia' del Vangelo contro la logica della vendetta e della violenza. Ma sarebbe un atto di ulteriore violenza nei suoi confronti se a questa 'santa pazzia' si rispondesse con la 'pazzia' di Murat. Un paravento, un alibi di cartone.
 

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