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Liturgia
| Il compito dei cristiani. |
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Vivere la crisi con lucidità, di Vittorio Nozza Diversi fattori mettono a rischio giustizia, solidarietà e pace. Il consumismo ha fiaccato tutti. Occorre riscoprire il diritto-dovere del lavoro. Come possono contribuire Chiese e fedeli? Presenza, responsabilità, educazione, azione Ci sono fattori che mettono a rischio la giustizia, la solidarietà e la pace nel paese. Per esempio la caduta del senso della moralità e della legalità nelle coscienze e nei comportamenti di molti; la caduta della coscienza sociale, come percezione dell'intreccio tra bene personale e bene comune; il calo della tensione partecipativa, con una percezione della politica sempre più lontana dai bisogni della gente. Numerosi sono i segni di eclissi della giustizia e della legalità: la grande criminalità (mafie, sfruttamento di donne e minori, immigrazione illegale...), l'aumento della piccola criminalità e una facile assuefazione ad essa. Ancor più preoccupante è la presenza di una forte criminalità organizzata, fornita di ingenti mezzi finanziari e di collusive protezioni, che spadroneggia in varie zone del paese, impone la sua legge e il suo potere, condiziona l'economia del territorio. Inquietante è poi la criminalità cosiddetta dei colletti bianchi, che volge a illecito profitto la funzione di autorità di cui è investita e usa la pubblica amministrazione per interessi di parte. Le risposte istituzionali sembrano spesso troppo deboli e confuse, talvolta meramente declamatorie, con il rischio di rendere la coscienza civile sempre più opaca. Manca quella mobilitazione delle coscienze che, insieme a un'efficace azione istituzionale, possa frenare e ridurre il fenomeno criminoso. Non un semplice aggregato Il legittimo e utile dispiegarsi dell'autonomia dei singoli e dei gruppi esige, per essere fecondo, un forte e unitario quadro di riferimento, che può esistere solo in una democrazia politica ricca di valori, come afferma l'enciclica di Giovanni Paolo II Centesimus annus. Ma questo è diventato oggi particolarmente difficile, per varie ragioni: anzitutto per la debolezza dei partiti, sempre meno capaci di ascoltare i bisogni reali dei cittadini, di elaborare programmi coerenti, di costruire processi durevoli di sviluppo, di mediare tra gli opposti interessi; condizionati sempre più come sono dalla necessità di raccogliere il consenso a ogni costo. Inoltre, per la debolezza di una cultura che ha rinunciato a riflettere sulla realtà sociale in evoluzione e sugli strumenti politici per dominarla e orientarla. Infine, per la frammentazione individualistica della partecipazione alla vita sociale, che ha portato all'appropriazione delle risorse comuni sulla base della legge secondo cui il più forte ottiene di più, rovesciando in tal modo la logica retributiva e distributiva sottostante allo stato sociale. Invece un'esigenza fondamentale della vita è che gli uomini costituiscano non un semplice aggregato di individui, ma una comunità di persone, nella quale i bisogni e le aspirazioni di ciascuno, gli uguali diritti e doveri, si colleghino e si coordinino in un vincolo solidale, ordinato a promuovere il pieno sviluppo della persona umana e la costruzione del bene comune. Intanto, il paese chiede di lavorare. Ha bisogno di riscoprire il senso pieno del diritto-dovere del lavoro, e di organizzarlo in termini di sicurezza, combattendo la disoccupazione, aprendo prospettive ai giovani, superando gli squilibri tra Nord e Sud, mettendo in atto un adeguato sistema economico che consideri il capitale e le strutture del lavoro a servizio dell'uomo, della piena espansione della sua persona, della sua civile convivenza. Dovremo, tutti, imparare a vivere nella crisi con lucidità e con coraggio, non per adagiarci rassegnati, ma per disporci tutti a pagare di persona. La crisi in corso non si risolverà a breve scadenza, né possiamo attendere soluzioni miracolistiche. Conosceremo ancora per molto tempo le contraddizioni di carattere socio-economico, le minacce della violenza e del terrorismo, la precarietà delle strutture pubbliche, la fatica di costruire l'Europa, i rischi per la pace internazionale, il dramma della fame nel mondo. Questa prevedibile fatica ha bisogno di forte vigore morale. Il consumismo ha fiaccato tutti. Ha aperto spazi sempre più vasti a comportamenti morali ispirati solo al benessere, al piacere, al tornaconto degli interessi economici o di parte. Lo smarrimento prodotto da simile costume di vita pesa particolarmente sui giovani, intacca il ruolo della famiglia e indebolisce il senso della corresponsabilità. Si tratta di andare con decisione controcorrente. E di porre sui valori morali le premesse di un'organica cultura della legalità e della vita. Il mondo si muove se ci muoviamo Quali responsabilità possono assumere le Chiese per un positivo superamento della situazione? C'è anzitutto da assicurare presenza. Il 18 maggio erano un centinaio, su 630, i deputati presenti in aula quando il ministro della difesa ha riferito sull'uccisione dei due soldati in Afganistan. Quindici giorni prima erano stati 68 ad ascoltare la relazione del ministro dell'economia sulla drammatica crisi economica. L'assenteismo, il rifugio nel privato, la delega in bianco non sono leciti a nessuno. Sono anzi illegali. Per i cristiani sono peccato di omissione. Si parta dunque dalle realtà locali, dal territorio. E si sia partecipi delle sorti, della vita e dei problemi del comune, delle circoscrizioni e del quartiere: la scuola, i servizi sanitari, l'assistenza, l'amministrazione civica, la cultura locale, l'ambiente, il lavoro. C'è in secondo luogo da trarre, tutti, stimoli alle proprie responsabilità per quanto riguarda la presenza nelle realtà sociali. Le comunità locali hanno il dovere primario di richiamare il compito dei cristiani, di mettersi a servizio per edificare un ordine sociale e civile rispettoso e promotore dell'uomo. C'è in terzo luogo un dovere della Chiesa, che è quello principale, di accompagnamento educativo dei cristiani, in particolar modo i laici, a un coerente impegno, fornendo non soltanto dottrina e stimoli, ma anche adeguate linee di spiritualità, perché la loro fede e la loro carità crescano non nonostante l'impegno, ma proprio attraverso di esso. C'è, infine, un impegno dei laici cristiani ad agire direttamente nelle strutture, in coerenza con la fede e la morale cristiana. La loro presenza deve essere una garanzia di competenza (che nasce da preparazione professionale qualificata, aggiornata, capace di invenzione continua), moralità (non solo per coerenza di fede, ma per amore al paese, a un'autentica democrazia, al dovere del servizio) e collaborazione (che, nella chiarezza delle posizioni, sa mediare, sostenere il confronto e il dialogo, arrivare a scelte politiche ispirate a una sana solidarietà e al bene comune). Nel decennio dedicato dalla Chiesa italiana al tema dell'educare, le parole del parroco Primo Mazzolari, siano per noi "scuola" di futuro: "Noi ci impegniamo (...) il mondo si muove se noi ci muoviamo, si muta se noi mutiamo, si fa nuovo se qualcuno si fa nuova creatura. La primavera incomincia con il primo fiore, la notte con la prima stella, il fiume con la prima goccia d'acqua, l'amore col primo pegno...". Si tratta di andare con decisione controcorrente. E di porre sui valori morali le premesse di un'organica cultura della legalità e della vita |
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