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Termini e condizioni

Welfare delle eccezioni PDF Stampa E-mail
I frutti della manovra  di Francesco Marsico

ItaliaCaritas - luglio/agosto 2010

Il provvedimento anticrisi del governo tuttora in discussione vuole raddrizzare i conti dello stato senza toccare i redditi dei cittadini. Ma agirà tramite tagli certi a enti locali, scuola, occupabilità e sussidi. Mentre per l'equità fiscale ci sono solo promesse. 

È possibile fare una manovra finanziaria anti-crisi da 25 miliardi in due anni, senza toccare i redditi dei cittadini, in particolare quelli che hanno meno risorse? Teoricamente, come si usa dire, tutto è possibile. E lo sarebbe ancora di più, se si operasse nella direzione di interventi di maggiore equità fiscale, evitando il più possibile la riduzione dei servizi. Ma non sembra la strada imboccata dal provvedimento che il governo italiano ha varato in maggio e il parlamento sta discutendo a luglio.

In concreto, come è noto ormai a tutti, la manovra prevede interventi di riduzione o contenimento salariale per i dipendenti pubblici, meccanismi di sostituzione negativa del personale nello stesso comparto (che porteranno a una riduzione di 400 mila posti di lavoro in tre anni, secondo quanto calcolato dal Sole 24 Ore), interventi cosmetici alle retribuzioni dei ministri e sottosegretari, un inasprimento della lotta all'evasione.

Ma il piatto forte è la riduzione triennale sui bilanci degli enti locali, per un ammontare di 14,8 miliardi di euro. Questi risparmi si otterranno in due modi (considerando abbastanza teorica la previsione dell'eliminazioni di sprechi): o con interventi di riduzione dei servizi e sulle modalità di fruizione dei beni pubblici, o con addizionali Irpef o altre imposte locali sui redditi da lavoro

o di impresa. Ciò, è evidente, non può non avere effetti sui redditi reali dei ceti meno abbienti. La tradizione municipalista lo ha insegnato già alla fine dell'Ottocento: i servizi pubblici sono innanzitutto i servizi della gente comune e della povera gente. Peraltro questo avviene insieme a una progressiva riduzione dei trasferimenti dallo stato alle autonomie e paradossalmente dopo la scelta - effettuata dallo stesso governo che produce la manovra - di abolire la tassa comunale per eccellenza, ovvero l'Imposta locale sugli immobili (sottraendo alle amministrazioni comunali, secondo le stime, 3,5 miliardi di euro). Operazione, quest'ultima, che sicuramente ha avuto effetti redistributivi, ma verso l'alto. Ridando quote di reddito a chi lo ha elevato.

Regioni e comuni sono dunque le principali vittime della manovra. Nessuno pensa che, nei loro bilanci, non ci siano sprechi e inefficienze. Ma poiché l'assetto delle politiche sociali nel nostro paese attribuisce competenza esclusiva alle regioni e sconta l'assenza di misure nazionali di contrasto alla povertà, l'ammontare complessivo delle risorse destinate al welfare non potrà che ridursi. E ciò avviene in una fase di crisi economica che ha aumentato i bisogni delle famiglie, mentre l'unico ammortizzatore sociale esistente (la cassa integrazione) andrà a esaurirsi, nei casi di mancata ripresa dell'attività produttiva di alcuni settori industriali.


Una piaga italiana

Sulla condizione di cittadini e famiglie convergeranno gli esiti di altre misure di riduzione della spesa, in particolare nel comparto formativo. La riduzione del cosiddetto tempo pieno nelle scuole primarie - anche a prescindere dalla discussione relativa alla sua incidenza sulla qualità dell'offerta formativa pubblica - rappresenta comunque un ostacolo alla occupabilità femminile e una probabile nuova imposta occulta sui redditi delle famiglie con figli, che dovranno trovare sul mercato forme alternative di custodia della prole, nonché un ulteriore fattore di stress per il loro bilancio orario.

La scuola, in questi anni, è stato ed è uno straordinario esempio di come si possa affermare che non si aumenta il prelievo fiscale, mentre i dati reali segnalano lo scaricarsi sulle famiglie di costi più o meno trasparenti, e sicuramente non commisurati ai redditi. Sono prassi diffuse, per esempio, i cosiddetti "contributi volontari scolastici", considerati ormai componente stabile e prevedibile del bilancio degli istituti, tanto da essere detraibili ai fini della dichiarazione dei redditi. Non si può definire una tassa, data la sua presunta volontarietà, ma di fatto rappresenta una forma di pressione odiosa quando va a incidere sui bilanci delle famiglie meno abbienti, per le quali è particolarmente ingiusta, perché ha un ammontare fisso - indipendente dal reddito - e grava maggiormente sui nuclei più numerosi. In barba alla previsione costituzionale (articolo 34) che recita inascoltata "L'istruzione inferiore (...) è obbligatoria e gratuita".

In ogni caso, si può obiettare, l'impegno alla lotta all'evasione, principale misura di equità fiscale del provvedimento, è molto forte. Sicuramente l'intento di porre mano a una piaga tipicamente italiana non può che essere valutato positivamente. Ma il problema della lotta all'evasione è che non dà risultati certi - cosa che invece danno i tagli di spesa - e ne dà in maniera direttamente proporzionale all'impegno che l'amministrazione mette in campo. In altri termini: la lotta all'evasione ha bisogno di provvedimenti legislativi, ma soprattutto di una coerente strategia pluriennale e di risorse. Per fare i tagli, invece, bastano un decreto legge, una legge regionale o una semplice delibera comunale.

Così, i provvedimenti contenuti nella manovra non garantiscono nulla, potrebbero essere svuotati da una gestione insufficiente delle previsioni normative, lasciando che tutto rimanga inalterato sul piano dell'effettivo prelievo. Concretissima ed efficace si prospetta invece la sanatoria sugli immobili non dichiarati in catasto e sulle ristrutturazioni che abbiano determinato una variazione di destinazione senza comunicazione catastale: questa parte della manovra è un regalo non solo ai furbi, ma - come nel caso dell'abolizione dell'Ici - una misura redistributiva verso l'alto, che sottrae risorse alla fiscalità generale e dona generosamente - in forma di riduzione dei pagamenti dovuti - a tutti coloro che hanno ignorato le leggi e valorizzato ulteriormente il loro patrimonio immobiliare.


Patrimoni sempre risparmiati

Ma era possibile fare un primo passo verso una maggiore equità fiscale nel nostro paese? O meglio, c'è bisogno di equità in Italia? Se non basta a farlo sospettare il dato di povertà relativa misurato dall'Istat (i nuclei familiari poveri sono l'11,3%), può attestarlo il fatto che, ricorda la Banca d'Italia, il 10% delle famiglie più ricche possiede quasi il 45% dell'intera ricchezza netta delle famiglie italiane, ovvero della somma delle attività reali (immobili, aziende e oggetti di valore) e delle attività finanziarie (depositi, titoli di stato, azioni, ecc) al netto delle passività finanziarie (mutui ed altri debiti). D'altro canto, il 60% delle famiglie meno abbienti possiede una quota di ricchezza netta di poco superiore a quella posseduta dall'1% delle famiglie ricche.

Il sistema fiscale non aiuta, a fare riequilibrio. Secondo stime Ocse del 2008, la percentuale di gettito fiscale proveniente da imposte patrimoniali era al 4,3% in Italia, contro il 7,8 della Francia, l'11,7 degli Stati Uniti e Gran Bretagna, il 15 del Giappone. In altri termini: se ci sono sprechi nella pubblica amministrazione, vi sono altrettanto ampie zone di possibile incremento mirato della pressione fiscale sui patrimoni. Che però non vengono esplorate.

La conseguenza è che il nostro sistema fiscale continua a punire i redditi da lavoro, dove si rintracciano la maggior parte dei redditi bassi, intercetta parzialmente i redditi da lavoro autonomo e grazia, o premia, i patrimoni. E la manovra di metà 2010 non lo renderà più equo: essa infatti aumenterà la pressione indiretta sui redditi e sulla qualità della vita delle famiglie, concretizzando la parola evangelica "a chi ha sarà dato e sarà nell'abbondanza, e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha".


Invalidi, nuove barriere

Quanto alle vittime dirette del provvedimento, cioè soggetti ai quali vengono tolti tutele, sostegni, opportunità, vanno segnalati anzitutto i giovani: gli interventi di riduzione delle prospettive future di impiego nelle pubbliche amministrazioni (blocco delle assunzioni e riduzioni al turn over), i tagli - sempre nel settore pubblico - ai contratti a tempo determinato, l'assenza di modifiche alla disciplina degli ammortizzatori sociali li colpiscono duramente. I dati Istat sulla disoccupazione nel primo trimestre 2010 evidenziano che quasi il 30% dei giovani, in Italia, è disoccupato, con un peggioramento del 4,5% rispetto allo stesso periodo del 2009, mentre il Rapporto annuale dello stesso Istituto nazionale di statistica individua un popolo di oltre due milioni di giovani (il 21,2% dei 15-29enni) fuori dal circuito formazione-lavoro, cioè che non lavorano e non frequentano corsi di studi: un'ipoteca gravissima sui loro percorsi futuri di inserimento socio-lavorativo.

Ancora a proposito di vittime dirette. Uno dei pochi provvedimenti con decorrenza immediata della manovra riguarda l'innalzamento del tasso di invalidità (dal 74 all'85%) perché si possa accedere al relativo assegno: in concreto significa che, ad esempio, le persone affette da sindrome di Down, gli amputati di braccio e di spalla, le persone sorde, quelle colpite da psicosi ossessive o da tubercolosi polmonare, o quelle con sindrome schizo­frenica cronica che abbiano disturbi del comportamento e delle relazioni sociali e limitata conservazione delle capacità intellettuali, non avranno alcun sostegno economico. E con loro le famiglie di origine, che dovranno farcela da sole. Guardando con meraviglia coloro che, avendo già ottenuto il sussidio, potranno continuare a beneficiarne.

Ancora, a proposito di disabili: il numero degli insegnanti di sostegno non dovrà superare quello dell'anno scolastico in corso; eventuali eccezioni richiedono un nulla osta e saranno autorizzate solo in situazioni di estrema gravità. Anche questo aggravamento delle condizioni per fruire di sostegni conferma una convinzione: quella secondo cui il nostro già scarso "welfare dei diritti" si sta tramutando in un "welfare delle eccezioni", della straordinaria gravità, del limite estremo. Anche ammesso che si riesca a raddrizzare i conti, non è una prova di civiltà.
 

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