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Termini e condizioni

Quegli occhi chiusi di fronte alla violenza PDF Stampa E-mail

di Giulio Albanese

Avvenire - 28 dicembre 2010

Lo scandalo delle violenze a sfondo religioso, perpetrate in questi giorni nella cosiddetta 'Middle Belt' nigeriana, ha turbato notevolmente le coscienze in Africa come nel resto del mondo. Ancora una volta, infatti, è tornato a scorrere in quella terra sangue innocente, proprio nel periodo natalizio, in cui il messaggio della pace, scandito a chiare lettere da Benedetto XVI in occasione della tradizionale benedizione Urbi et Orbi, avrebbe dovuto prendere il sopravvento sull'ottusità umana. Si tratta di un fenomeno inquietante, che non può trovare alcuna giustificazione, ma che è anche sintomatico del malessere che attraversa vasti settori della società locale.

Se da una parte il governo centrale di Abuja non è stato capace, in più circostanze, di difendere la libertà religiosa, peraltro sancita solennemente nella decima sezione del dettato costituzionale nigeriano, dall'altra il Paese continua a essere teatro di scontri tra opposte oligarchie che strumentalizzano la religione per affermare i propri interessi. E a cadere nella rete dell'inganno sono i ceti meno abbienti, che costituiscono la stragrande maggioranza della popolazione, tutta gente che vive di stenti nelle immense baraccopoli delle grandi città o nelle zone rurali. A questo punto il timore è che gli scontri dello scorso fine settimana, che sono costati la vita a parecchie decine di persone tra cui un sacerdote, finiscano con il lievitare ulteriormente in vista delle imminenti elezioni presidenziali, alimentate soprattutto dai politici delle opposte fazioni. Tensioni radicate peraltro in decenni di risentimenti acuiti da una corruzione dilagante, aggravata a dismisura dai rilevanti interessi stranieri, legati soprattutto al business del petrolio di cui è ricchissima la Nigeria. Ma non v'è dubbio che, a parte i dodici stati del Nord che hanno deciso di applicare nell'ottobre del 1999 la sharìa (la legge islamica), in flagrante violazione della costituzione federale, la zona maggiormente sensibile è la 'Middle Belt', linea di faglia tra il Nord e il Sud del Paese, perché è proprio lì che sono maggiormente evidenti le tensioni etnico-religiose. Se infatti cristiani, musulmani e animisti convivono fianco a fianco in pace in molte città nigeriane, proprio nella Middle Belt si scontrano gli interessi per il controllo delle fertili terre della zona tra i gruppi autoctoni di cristiani e animisti da una parte e pastori nomadi musulmani di etnia Faulani, originari del Nord, dall'altra.

L'interpretazione faziosa della giurisprudenza fondiaria, unitamente alla scarsa vigilanza da parte sia delle autorità sia delle forze dell'ordine, hanno fatto sì che questi episodi di violenza si siano ripetuti ciclicamente, indebolendo lo stato di diritto. Come ha scritto un opinionista nigeriano commentando i tragici fatti di questi giorni, quella che si sta consumando è una 'guerra tra poveri' che evidenzia l'urgenza di affermare la giustizia contro ogni forma di faziosità e fondamentalismo religioso. Da questo punto di vista, sarebbe davvero auspicabile che la diplomazia internazionale prendesse maggiormente coscienza delle proprie responsabilità nei confronti di un Paese che, se fosse amministrato rettamente, potrebbe garantire benessere e prosperità alla sua intera popolazione. In questi anni, è bene rammentarlo, gli accordi internazionali di partenariato commerciale con la Nigeria troppe volte non hanno tenuto conto dell'agenda dei diritti umani e dei disastri ambientali perpetrati impunemente dall'industria degli idrocarburi sulla pelle della povera gente. Per questo motivo, è apprezzabile l'interessamento manifestato dal nostro ministro degli Esteri, Franco Frattini, che ha espresso la ferma condanna e la forte preoccupazione italiana per le gravi proporzioni assunte dal fenomeno dell'intolleranza religiosa in alcune regioni della Nigeria. L'inaccettabilità di ogni violenza gratuita e indiscriminata contro persone innocenti dovrebbe infatti costituire, sempre e comunque, un punto fermo nelle relazioni tra gli Stati.
 

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