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Liturgia
| "La guerra dentro". Sindrome del ritorno |
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di Ranieri Salvadorini Repubblica - 29 dicembre 2010 Così si curano i soldati "distrutti" La PTSD (Post Trasumatic Stress Disorder) riguarda molti militari che hanno affrontato le atrocità del conflitto e non riescono a uscirne per reinsersi nella società. Un centro di Amsterdam sta diventando un buon esempio a livello mondiale. Intervenire in un "teatro di guerra" è traumatico in sè e al ritorno il trauma può continuare nella mente dei soldati. "Un effetto fisiologico a questo lavoro, per questo è importante parlarne": la pensano così in Olanda, uno dei primi paesi occidentali ad aver aperto un dibattito molto acceso sul PTSD, "la guerra dentro". E i risultati ci sono. "La guerra dentro". Incubi frequenti, insonnia, soglia dell'aggressività sempre al limite, comportamenti violenti e autodistruttivi. Sono i primi sintomi di un disturbo successivo a un'esperienza traumatica, e quella della guerra lo è per eccellenza. E' la Sindrome da Stress Post Traumatico, meglio conosciuta con l'acronimo inglese PTSD (Post Traumatic Stress Disorder), che può prendere strade diverse: può essere compresa e riassorbita; trasformarsi in depressione o nell'incapacità di tornare alla vita civile; esplodere in rabbia omicida verso la compagna, un familiare, il primo che passa o verso se stessi (secondo molti esperti la stima dei reduci americani che si suicidarono dopo il Vietnam - oltre 60.000 - superò quella dei morti in guerra - 58.000). PTSD, un po' di dati. Negli Stati Uniti, che hanno sistemi di monitoraggio sofisticati, i militari colpiti dalla sindrome hanno raggiunto la quota del 40%. In Gran Bretagna, dove lo screening del fenomeno è carente, a parlare è la cronaca: nel 2009 quasi il 9% della popolazione detenuta veniva dalle forze armate: 20.000 soldati in galera, più che al fronte. Gli eserciti di Usa, Canada, Uk, Israele, tradizionalmentte molto aggressivi, sono colpiti in misura maggiore da questo "effetto collaterale", ma anche gli altri eserciti "occidentali" hanno i loro problemi. In questo contesto, un'esperienza interessante viene dall'Olanda, da Doorn, un piccolo paese a 50 km da Amsterdam diventato meta di "formazione" per delegazioni militari, provenienti da Svezia, Norvegia, Inghilterra, Germania e Russia, e anche una delegazione di Carabinieri italiani dell'UNAC, per citare le visite più recenti. "Vengono a vedere come lavoriamo - spiega Gielt Algra, un operatore dell'Istituto - perché stiamo ottenendo ottimi risultati". In Olanda, dove la diagnosi di PTSD conclamato è del 2%, all'interno di un 10% di generici disturbi d'ansia, sembrano aver trovato la strada, più che nella cura, nella cultura. E cioè, nella diffusione dell'idea che "il disturbo mentale fa parte in modo fisiologico del lavoro del militare". Un'idea che, spiega una delle dirigenti del Veteraneninstituut, Stefania Scagliola, ha cominciato a funzionare "da quando l'idea di stress post trauma è stata al centro di un dibattito pubblico che ha coinvolto l'intera società olandese. Inoltre, aggiunge Gielt Algra, un ricercatore dell'Istituto: "Il dibattito è stato un'occasione importante anche per far sapere alla società che il termine peacekeeping è molto ambiguo, che si trattava di veri e propri conflitti". Che cosa fa il Centro. Il Veteraneninstituut è un organo rappresentativo di una confederazione di 37 associazioni di reduci e gestisce ogni problematica di chi è stato al fronte. Spiega Gielt, del Centro di ricerca dell'Istituto: "ci occupiamo di tutto: dai biglietti scontati per il treno, alla domanda di pensionamento, passando per i trattamenti sanitari specializzati, sia fisici sia psicologici, o per seguire vertenze legali per eventuali danni subiti in missione". E le problematiche di natura psicologica sono al centro dell'attenzione dell'Istituto, almeno adesso: "un po' perché c'è stato questo grande lavorìo culturale, che è stato essenziale, ma anche perché - dice Scagliola - la Difesa ha avuto paura che parte dei militari tornassero dall'Afghanistan come dalla Bosnia, e cioè completamente fuori controllo". "Il problema è che non parlano". Se la diagnostica del PTSD è nota, intercettare il disturbo è più complicato. Spiega Scagliola che "i soldati, in genere, vengono reclutati dalle fasce deboli della popolazione hanno paura che un problema di tipo psicologico gli comprometta la carriera, specie in un ambiente 'machistà come quello militare, e questo li induce a pensare che tanto ce la faranno da soli". Anche Algra insiste su questo aspetto: "molto del nostro lavoro va proprio nella direzione di far capire ai militari che certe forme di stress, anche acuto, fanno parte del loro lavoro in modo fisiologico: è come una ferita al braccio, non c'è nulla di cui vergognarsi". Come intercettare il disturbo. Arjen Coops è un operatore dell'Istituto, uno di quelli che risponde al numero centrale e smista le richieste: "non abbiamo messo un numero 'dedicatò per i disagi psicologi perché non chiamerebbero mai, lo stereotipo del super-uomo è troppo forte". In genere, prosegue Coops, telefonano con una scusa e sta alla sensibilità dell'operatore capire se ci sia una richiesta sottotraccia: "il mio passato di militare, di ex medico militare, mi è tornato molto utile, so bene che effetto ti fa la puzza del sangue, o la tensione nelle gambe perché vorresti correre via e non puoi, i dolori allo stomaco, l'angoscia, e poi conosco molto bene lo slang da campo: a volte basta una battuta per avere accesso alla loro fiducia, perché solo a quel punto si raccontano". Algra invece mostra come è costruito Checkpoint, una rivista curata e diffusa dall'Istituto: "entra nelle case di 80.000 reduci, dove i soldati hanno l'opportunità di leggere storie analoghe alla loro e già questo è un primo passo importante per "normalizzare" il malessere". Debriefing al Grand Hotel. Il Debriefing è una tecnica che utilizza ogni esercito nella fase successiva a un turno di missione. E' una sorta di punto della situazione. Gli olandesi lo declinano a modo loro. Spiega Algra: "Terminato il turno i soldati vengono mandati per qualche giorno, tre o quattro, in grandi complessi turistici, sul Mediterraneo, dove si sta bene, per decomprimersi e prepararsi al passo più complicato: rientrare nella società civile". "Lì, prosegue Algra, incontrano psicologi e psichiatri che gli spiegano molto in dettaglio che tipo di sintomi o di disagi gli si potranno presentare, quali considerare normali e quali un campanello d'allarme, che cosa fare e che cosa non fare". Riconoscimento e integrazione. Quello che è emerso dagli studi dell'Istituto è che il problema maggiore incontrato dai reduci è stato nel riadattamento alla vita civile. "La strage di Srebenica ha segnato una svolta nella comprensione della relazione tra la costruzione, anche mediatica, del giudizio storico-politico, il giudizio sociale e i processi di riadattamento dei soldati". Scagliola, che sta coordinando la raccolta di interviste a oltre 1.000 soldati rappresentativi di tutti i conflitti in cui l'Olanda è stata coinvolta, spiega che emerge "anche dalle interviste quel che era chiaro già dalla storia: quando la popolazione civile percepisce una guerra come inutile o ingiusta il giudizio sociale ricade in modo pesante sul singolo militare e si trasforma in ostilità, disprezzo; da parte del soldato è incomprensibile, perché lui comunque si è sacrificato, le sue difficoltà a tornare alla vita civile si radicalizzano: i soldati sono addestrati per obbedire, non per interpretare". |
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