Nuovo splendore della chiesa

Il suo spazio liturgico per la celebrazione.
Il luogo dell’assemblea cristiana.

Con l’installazione del Fonte Battesimale e dell’Ambone o tribuna per le letture liturgiche e l’annuncio della Parola, finalmente è giunto a completamento il lavoro di ristrutturazione della nostra chiesa/pieve parrocchiale di San Michele Arcangelo. Dopo il felice restauro della cappella del SS.mo Crocifisso, erano stati compiuti i lavori di  ricostruzione dell’altar maggiore in pietra, sulla base del ritrovamento delle due colonnine e del paliotto centrale appartenenti all’antico altare, forse settecentesco. In più, si era proceduto alla ripulitura della cappella dell’Addolorata posizionamdo sulla parete destra l’Icona delle donne al sepolcro, opera di Ivan; alla levigatura, stuccatura e lucidatura completa del pavimento; alla tinteggiatura dell’edificio sacro e all’installazione dei lampadari sulle navate laterali, insieme alla rinnovata illuminazione del soffitto della navata centrale.
Ora, a completamento dello spazio celebrativo, si è giunti alla ricostruzione in pietra del fonte battesimale e dell’ambone, sullo stile dello stesso altare. Così si è creato, in modo bello e armonioso, il luogo dell’Assemblea cristiana, uno spazio vivente da abitare con una liturgia avvolgente e coinvolgente.

Celebrare in modo cristiano.

Nostro compito e impegno, attuando lo spirito del Concilio Vaticano II, è quello di imparare l’arte di celebrare in modo cristiano il “mistero della nostra fede”. Si tratta di manifestare un mistero, quello di Dio stesso, che è invisibile e totalmente altro, e che nel contempo si rivela all’umanità.
La celebrazione cristiana è propriamente epifanìa, rivelando l’immensità dell’amore di Dio e svelando il significato profondo dell’esistenza umana in tutte le sue dimensioni. Primariamente, è Dio che si è manifestato attraverso mediazioni umane: il Verbo si è fatto carne; la parola di Dio ha preso corpo in un popolo e in una storia attraverso il Figlio Unigenito, ed è diventata Scrittura, cosicché la fede in Cristo Salvatore viene recepita e trasmessa attraverso dei riti e dei simboli: l’immersione nell’acqua accompagnata dalla Parola, la frazione del Pane, la condivisione del Calice. Ma la liturgìa è anche “un’epifanìa o manifestazione della Chiesa: essa è la Chiesa in preghiera; celebrando il culto divino, la Chiesa esprime ciò che è” (Giovanni Paolo II).

Il luogo dell’assemblea ecclesiale per la celebrazione liturgica.

Il luogo in cui i cristiani si radunano per celebrare il Signore è qualificato dalla celebrazione, ma a sua volta il luogo influenza la celebrazione stessa.
«L’assemblea celebrante genera lo spazio liturgico, plasma l’architettura della chiesa, perché essa stessa è generata dalla parola di Dio. Dio, attraverso la sua Parola, costituisce un popolo in assemblea santa. Ma c’è anche un rapporto diretto tra lo spazio architettonico, la disposizione delle pietre, la collocazione degli elementi, la realizzazione degli spazi e l’edificazione della comunità cristiana, che esprime una determinata idea di Chiesa» (E. Bianchi).
Il luogo è un elemento indispensabile alla celebrazione. E’ luogo d’incontro: incontro con gli uomini, fratelli e sorelle in Gesù Cristo, e incontro con il Signore. E’ uno spazio santo che esprime l’alleanza, uno spazio orientato che indica un cammino da compiere con Cristo e dietro a lui. La chiesa, luogo del battesimo, dell’ascolto della parola e della celebrazione dell’eucaristia, è essenzialmente un “luogo pasquale”.
Quando si entra in una chiesa, spesso le prime impressioni sono sufficienti per farsi un’idea del luogo: è un luogo che dà testimonianza di un Dio vivente, oppure di un Dio superato o addirittura abbandonato? Noi non siamo mai abbastanza attenti al decoro e alla dignità dei luoghi. La chiesa è segno della Chiesa, spazio abitato dall’assemblea, spazio vivente!
«E’ necessario che la disposizione generale del luogo sacro sia tale da presentare in certo modo l’immagine dell’assemblea riunita, consentire l’ordinata e organica partecipazione di tutti e favorire il regolare svolgimento dei compiti di ciascuno» (Ordinamento generale del Messale romano, 294).
Tutto parte dall’assemblea, fedeli e ministri. Un’assemblea “avvolgente”: è essa che qualifica lo spazio. E proprio perché è lo spazio dell’assemblea (ekklesìa), la chiesa è il luogo dell’incontro con il Signore, il luogo della preghiera, della trasmissione della parola di Dio, della celebrazione dell’eucaristia, dei sacramenti e di altri eventi pubblici o familiari, diventando così un luogo di memoria (“è là che sono stato battezzato, che mi sono sposato!”). In quanto realtà primaria, l’assemblea deve avere una percezione di se stessa quando celebra. Solo così può essere inteso come tale il “noi” della preghiera eucaristica. La parola di Dio ascoltata può suscitare una risposta dell’assemblea solamente se quasta ha coscienza di aver ricevuto collettivamente tale parola.
Ora vogliamo presentare e spiegare i molteplici spazi celebrativi della nostra pieve intitolata a San Michele Arcangelo in Monte Porzio.

Uno spazio architettonico che guarda ad Oriente.

Le basiliche e chiese cristiane, fin dall’antichità, avevano la posizione dell’àbside che guardava ad Oriente (in greco: anatolé; in latino: oriens/che sorge), poiché il sole era il segno del Messia/Cristo che sorge dall’alto e che viene. Sono significativi in tal senso alcuni testi del NT:
«Grazie alla tenerezza e misericordia del nostro Dio,
ci visiterà un sole che sorge dall’alto,
per risplendere su quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra di morte»
(Luca 1,78-79)
«Di nuovo Gesù disse: “Io sono la luce del mondo;
chi segue me non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita”»
(Giovanni 8,12).
Anche la nostra chiesa-edificio è significativamente “orientata” verso il sorgere del sole, appunto ad Oriente. In tal modo viene sottolineata la venuta del Cristo che spunta dal cielo e la sua presenza in mezzo all’Assemblea liturgica che si raduna attorno a Lui nel giorno della risurrezione.

L’àbside.

Entriamo anche noi nell’edificio incamminandoci verso Cristo Signore insieme ai fratelli e sorelle nella fede, per celebrare la gloria di Dio che dona salvezza e pace. Sullo sfondo ci appare l’àbside e, nell’alto della semicalotta o “catino”, la “croce gloriosa del Signore risorto”. L’àbside è la parte cava dell’edificio, fornita di volta a pianta semicircolare, che è posta al termine della navata maggiore. Questo spazio si trova davanti all’assemblea: è ciò che le dà un orientamento. L’àbside èvoca la gloria di Dio, davanti a noi. E’ lo spazio che manifesta l’assenza di Colui che si rende presente. E’ lo spazio celeste o escatologico che ci orienta verso il Regno a venire. La croce pasquale evoca anche la resurrezione: si pensi alle croci romaniche o dorate o a quella di San Damiano d’Assisi.

Il battistero con il fonte battesimale.

Il primo sito essenziale, che ci si presenta in fondo alla chiesa sulla destra, è lo spazio corrispondente all’assemblea liturgica che si raduna “là dove sgorga il fonte battesimale”. Il battistero inteso non solo come luogo dell’immersione battesimale, ma come primo e originario spazio sacramentale ed ecclesiale.
La sua antica singolare collocazione al di fuori o all’entrata della chiesa –ove è possibile a causa dello spazio e della struttura dell’edificio sacro- sta a sottolineare l’ingresso mediante il battesimo nella famiglia dei figli del Padre. Tutto deve concorrere a fare di questo spazio un autentico luogo di “iniziazione” e un “atrio simbolico” per chiunque entri in chiesa, affinché continui ad essere uno spazio di memoria per tutti i battezzati.
Anche la forma ottagonale del fonte battesimale esprime una dimensione misterica connessa col battesimo: la “memoria escatologica” dell’ottavo giorno, ossia la teologìa della domenica giorno del Signore e della risurrezione memoria anticipatrice del giorno eterno. A partire dai dati biblici, i Padri della Chiesa hanno dato diversi nomi alla domenica che non solo ne indicano la portata e le valenze teologiche, ma ne plasmano anche e orientano la spiritualità cristiana. I cristiani sono passati da una designazione della domenica derivata dall’ambiente giudaico (“primo giorno dopo il sabato”, “primo giorno della settimana”) a una denominazione che vuol esprimere la novità cristiana (“giorno del Signore”, “giorno domenicale/signorile”); poi, per un fine missionario, a una designazione mutuata dall’ambiente pagano (“giorno del sole”). In seguito incontriamo la dizione “giorno della risurrezione” (anastàsimos heméra) cara ai Padri greci, che indica non soltanto il giorno di Pasqua ma ogni domenica.
Infine viene la denominazione di “ottavo giorno”, dovuta probabilmente all’espressione giovannea “otto giorni dopo” (Gv 20,26) e, comunque, connessa al fatto che la domenica seguiva il settimo giorno ebraico che festeggiava il compimento della creazione. «La forza di questa “strana” espressione sta nel voler indicare una novità e un’ulteriorità rispetto al ciclo settimanale: poiché la cifra “otto” indica la pienezza che trascende il tempo e lo spazio, l’ottavo giorno è la denominazione che fa della domenica la figura del mondo futuro, la figura dell’eternità… Secondo Origene (183-254 d. C.), l’ottavo giorno è “il simbolo del mondo futuro, perché nasconde il dinamismo della risurrezione”. L’evento pasquale è un fatto aperto al futuro e dinamico, ordinato alla venuta del Cristo nella gloria alla fine dei tempi, è profezia del Regno, è caparra della resurrezione dei morti nell’ultimo giorno» (E. Bianchi).
In tal modo, la forma ottagonale del fonte battesimale esprime la novità ultima e definitiva della vita senza tempo che l’uomo riceve in Cristo nel battesimo, appunto la vita eterna. E, secondo la Scrittura dell’Antico e del Nuovo Testamento, sono beati coloro che in questo grembo “nascono da acqua e Spirito” (Gv 3,5), “con un’acqua che rigenera e rinnova nello Spirito Santo” (Tt 3,5-7), “con il lavacro dell’acqua mediante la Parola” (Ef 5,26; cf. Rm 6,4; Ap 22,1-2.14; Es 14,22; Ez 36,25-28; Zac 12,10a; 13,1).
Tale simbolismo biblico-teologico viene espresso dalla splendida catechesi cristiana impartita nel II secolo d. C. e riassunta nella frase della Lettera di Barnaba (11,8) che è stata incisa sul davanzale prospiciente la vasca battesimale del nostro nuovo fonte:
«BEATI COLORO CHE SPERANDO NELLA CROCE DISCESERO NELL’ACQUA DEL BATTESIMO».

Il coro dell’assemblea.

Il coro, composto dal presbiterio e dallo “spazio di gloria” situato sullo sfondo, comprende tre siti o poli essenziali, secondo la tradizione della Chiesa: l’altare, l’ambone e la sede di colui che presiede. Sono i tre punti verso i quali convergono gli sguardi dell’assemblea poiché manifestano la presenza del Cristo.

1) L’ALTARE, LUOGO DELL’EUCARISTIA

L’altare, posto al centro, è simbolo della mensa del Signore attorno alla quale è riunita tutta l’assemblea. Esso non è un semplice arredo e neppure una mensola a “supporto di fiori, candelieri e oggetti ingombranti che nulla hanno a che farre con la liturgia eucaristica; gli stessi candelieri possono essere opportunamente collocati a fianco di esso (Ordinamento generale del Messale romano 305).
L’altare è il luogo della celebrazione del dono vitale di Cristo nell’ultima cena e il segno permanente del Cristo sacerdote e vittima; è mensa del sacrificio e del convito pasquale. Esso viene baciato dai presbiteri così come il libro del Vangelo. Il materiale marmoreo con base e ornamento di pietra rimanda all’esaltazione e trasformazione  della materia in forza dell’incarnazione del Verbo di Dio.

2) L’AMBONE, LUOGO DELLA PROCLAMAZIONE DELLA PAROLA

Un ambone in armonia con l’altare, e sufficientemente monumentale da essere un polo liturgico, può manifestare pienamente Gesù Cristo, Verbo di Dio, che si offre a noi per l’alleanza eterna e che ci interpella per suscitare la nostra risposta. Su di esso viene deposto il libro delle Sacre Scritture: davanti all’assemblea santa che vuole essere tale, deve esserci la Parola che il Signore le rivolge. E’ questa autorevole parola di salvezza che crea una relazione tra le persone le quali non si sono scelte, ma si riconoscono come debitrici dell’unica alleanza.
La Parola proclamata chiede l’ascolto: Shema‘ Israel, Ascolta Israele (Dt 6,4). Davanti a noi non abbiamo solo un testo scritto, ma piuttosto qualcuno che parla (Mosè, un Profeta, Gesù, Paolo… e giù giù fino a colui che oggi proclama la Parola). Per noi cristiani, è il Cristo, il Verbo fatto carne che parla all’Assemblea. L’ascolto religioso ha mantenuto “viva” la rivelazione biblica, impedendo che diventasse fossile venerabile da tenere in museo, ma senza conseguenze per la vita quotidiana. I testi biblici, grazie alla comunità (Sinagoga o Chiesa) si mantengono “vivi” e fanno risuonare tali voci ed esperienze di vita per ogni generazione.
Il Concilio Vaticano II (Dei Verbum 21) afferma che il cristiano si nutre «del pane della vita dalla mensa sia della parola di Dio che del corpo di Cristo». Nel quarto Vangelo Gesù annuncia non solo: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna» (Gv 6,54), ma anche: «Chi ascolta la mia parola … ha la vita eterna» (Gv 5,24). Nutrendosi di quel pezzo di pane corpo di Cristo ci si nutre, al tempo stesso, di quella parola del Signore; quel frammento di Pane prende il sapore di quel frammento di Vangelo. Non ci si può nutrire del corpo eucaristico del Signore se non dopo aver ascoltato, accettato e fatto obbedienza alla sua parola.
Per questo, sul prospetto dell’ambone, ora ricostruito in armonia con l’altare, sono stati posti dei simboli richiamanti la Parola che dall’ambone viene proclamata:
– sul frontespizio è scolpita la frase: «LAMPADA PER I MIEI PASSI E’ LA TUA PAROLA, LUCE SUL MIO CAMMINO»,
– mentre sul pilastro cui s’appoggia l’ambone è posta in rilievo una spada in bronzo che sembra penetrare nella pietra, con la prima e ultima lettera dell’alfabeto greco A e W (Alfa e Omega), a significare che Cristo è il Primo e l’Ultimo, l’inizio e il fine delle creazione e della storia.
Il significato di tali simboli è magnificamente spiegato dal biblista Gianfranco Ravasi, nella presentazione della nuova edizione della Bibbia di Gerusalemme:
«Una lampada su un sentiero buio; la pioggia che scende dal cielo su un terreno arido e stepposo; una spada che penetra nella carne: è con questi tre simboli che la parola di Dio si autodefinisce nella Bibbia. Il Salmo 119 vede l’esistenza dell’uomo come una strada avvolta nelle tenebre. Ecco, però una luce che sfavilla:
«Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino» (Salmo 119,105).
Il profeta anonimo chiamato Secondo-Isaia, cantore della liberazione di Israele dalla schiavitù “lungo i fiumi di Babilonia”, concludendo il suo libretto di oracoli disegna il panorama della Terra Santa: una distesa arida e screpolata… Ma a primavera e in autunno, su questo scenario di fuoco e di caldo si stende il velo della pioggia e la terra è percorsa da un brivido di vita. Così è la storia di un popolo morto, fecondato dalla parola divina:
«Come infatti la pioggia e la neve scendono dal cielo
e non vi ritornano senza aver irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare,
perché dia il seme a chi semina e il pane a chi mangia,
così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca:
non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero
e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata» (Isaia 55,10-11).
Quella solenne e raffinata omelia della Chiesa delle origini che è la Lettera agli Ebrei vede ramificarsi all’interno del popolo di Dio la stessa pericolosa tentazione che aveva colpito Israele nel deserto sinaitico, la tentazione dello scoraggiamento, dell’inerzia, della nostalgia. Ecco allora la provocazione violenta di una spada che penetra e sconvolge:
“La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio;
essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla,
e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore” (Ebrei 4,12).
“Prendete … la spada dello Spirito, che è la parola di Dio” (Efesini 6,17).
“Vidi uno simile a un Figlio d’uomo …
e dalla bocca usciva una spada affilata, a doppio taglio” (Apocalisse 1,13.16).
La parola di Dio che viene proclamata davanti all’assemblea deve, quindi, trasformarsi in lampada splendente, in acqua viva, in spada penetrante».

L’ambone della nostra pieve, collocato “dentro” l’assemblea in costante rapporto diretto con i fedeli, è “luogo liturgico” della Parola. Nell’architettura ambonica si trova sottolineata la dimensione della Parola nell’annuncio pasquale, richiamando la tomba vuota quale “monumento della risurrezione” da cui il Cristo risorto parla agli uomini attraverso i Vangeli. Esso, «in quanto simbolo, è presenza efficace dell’annuncio pasquale all’universo mondo» (Crispino Valenziano).

3) LA SEDE DEL PRESIDENTE.

Anche il vescovo o il presbitero che presiede la celebrazione liturgica rappresenta il Cristo, di cui non può prendere né occupare il posto. La sede designa il presidente non come capo bensì come parte integrante dell’assemblea cristiana. Ciò implica che egli non stia in permanenza in posizione frontale, ma che insieme all’assemblea si volga regolarmente verso “Colui che è, che era e che viene”, in modo da consentire la guida della preghiera, il dialogo e l’animazione. Si tratta di rendere chiaramente visibile la presidenza come icona del Cristo servo, guida e maestro, non cessando di essere un fratello che cammina con tutti gli altri e che è chiamato a precederli sull’esempio di Gesù.

Gli altri luoghi periferici.

Vi sono ancora altri spazi ecclesiali: per la confessione e il sacramento della riconciliazione; per la preghiera davanti al Santissimo Sacramento; per la venerazione della Vergine Maria madre di Gesù il Cristo o per la memoria di un santo…
Questi luoghi ovviamente non entrano in concorrenza con il luogo dell’assemblea, ma al contrario la prolungano e ad esso conducono.

Uno spazio vivente da abitare.

Perché lo spazio liturgico sia abitato bisogna che questi luoghi siano utilizzati potendo circolare dall’uno all’altro. Venire all’assemblea della domenica, prendendosi la briga di spostarsi, è già un atto di fede. Entrare in una chiesa, spostarsi da un punto all’altro o lasciarsi spostare simbolicamente da quelli che fanno la processione, è già una liturgìa. “La liturgìa è un cammino come quello dei due viandanti di Emmaus. Essi passano dal “non-conoscere al riconoscere”. Ecco il cammino che ci fa fare la liturgìa: lo “spostamento”, la “conversione del cuore” che essa realizza. Ogni gesto acquista una potenza simbolica che lo oltrepassa. L’utilizzo dello spazio fa delle nostre liturgìe un cammino con Cristo e permette ai nostri luoghi di assemblea di essere segni viventi della Chiesa del Risorto.
In conclusione, l’insieme dell’aula assembleare della nostra pur piccola pieve parrocchiale esprime il mistero cristiano vissuto dai battezzati in Cristo Gesù e celebrato da «un popolo adunato nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo», come afferma il Concilio Vaticano II (Lumen Gentium  3), riprendendo un’espressione dei Padri della Chiesa, quali Cipriano, Agostino e Giovanni Damasceno. Ogni battezzato che entri in chiesa per partecipare alla celebrazione liturgica nel Giorno del Signore (“Dies Domini”, “Dies Dominica”) non si fermi alla porta di entrata e uscita bensì, procedendo in avanti, passi a fianco del fonte battesimale facendo memoria della propria rinascita cristiana e, con tutta l’Assemblea, si ponga di fronte all’ambone per l’ascolto della Parola e attorno all’altare per la celebrazione eucaristica; infine, giunga alla cappella del Santissimo Crocifisso quale luogo della preghiera personale e contemplativa, che prolunga nella settimana la comunione al sacramento del Corpo e Sangue di Cristo.
Ora esca pure dal luogo in cui si raduna l’Assemblea liturgica, per immergersi di nuovo nel mondo degli uomini e della storia.

La Via Crucis

Il “sacro” oggi e la Via crucis … via lucis,

di padre Costantino Ruggeri


Un commento del critico d’arte Mauro Corradini

1. I secoli della pittura italiana sono segnati dalla vicenda biblica. Come individuale interpretazione di un messaggio o come committenza, il racconto evangelico ha costituito un sostrato non eliminabile nella nostra storia artistica (non è così, per esempio, in campo letterario, dove l’esperienza espressiva viene trasformata dalla cultura laica che comincia ad apparire già dalle origini della nostra lingua). La persistenza del messaggio evangelico nell’arte, pittura e scultura, deriva dalla forza dell’immagine: nessuna parola potrà mai quanto può, per immediatezza e tensione interiore, l’iconografia. E i mille anni della nostra straordinaria storia culturale, che chiese e conventi conservano e tramandano, sono pieni di immagini che parlavano e sovente sostituivano le parole del predicatore e ne accompagnavano l’ènfasi; e le figure rappresentate a volte annunciavano gloria per i fedeli, a volte atterrivano aprendo squarci infernali. Tra speranza e paure si consumavano dunque i vissuti e le aspirazioni degli uomini, e l’iconografia non faceva altro che ribadire questa precarietà umana.
La diretta relazione tra immagine e narrazione rendeva indispensabile l’universo delle forme; e in una storia culturale che vive sulla separazione tra la lingua dei dotti (il latino) e quella del popolo (il volgare), l’immagine ha assunto un peso rilevante; è stata la lingua comprensibile, la parola per tutti. Da qui l’aderenza al racconto, ma da qui anche il passaggio all’uso di simboli riconosciuti e riconoscibili: al punto che basta una Croce per raffigurare un’intera idea, un messaggio che ognuno legge e avverte all’interno del complesso mondo della nostra religione. E’ assai probabile che la storia stessa dell’arte italiana si comprenda soprattutto alla luce della vicenda religiosa. La nostra storia artistica vive dunque, a lungo, sul rapporto tra narrazione e trascrizione del narrato attraverso forme: è la mano di Cristo che ferma l’attenzione degli Apostoli con la benedizione del pane; è il segno di Mosè che percuote la roccia perché esca l’acqua. L’arte si è posta al servizio del racconto, per rendere esplicito un evento ed esprimerne il messaggio.
Tutta la sequenza delle Viae Crucis che ornano le pareti delle mille e mille chiese del nostro Paese non sono altro che una sequenza narrativa che prende forma, rispettando i passi che la Passione del periodo pasquale ripercorre in mille forme diverse attraverso le azioni e i gesti della liturgia.

2. Qualcosa di diverso è accaduto nell’arte contemporanea. Nel giro di boa tra il XIX e il XX secolo l’arte ha cercato nuove forme e nuove vie; ha tentato, come avveniva con le ricerche del dottor Freud, la via interiore; ha rivolto gli occhi non più alla bellezza del Creato, ma a quel crogiolo (abisso, per alcuni) di contraddizioni e tensioni rappresentato dalla nostra psiche, dall’incontro tra pulsioni e freni che la ragione e la cultura pongono a noi tutti.
L’arte non può più aggrapparsi alla ferma certezza del racconto, con le sue regole, i suoi simboli, le sue procedure; è entrata anch’essa in un periglioso cammino, dove vengono meno le certezze e la relazione tra forma/figura/segno e raffigurazione. Annotava in una pagina di Diario, oltre mezzo secolo fa, Renato Guttuso che nella storia recente si incontrano Nature morte più drammatiche di tante Crocifissioni, fermate sul limitare della narrazione superficiale e senz’anima. Per la stessa ragione, si è instaurato di necessità un contrasto, difficile da sciogliere, tra liturgìa (con i suoi obblighi e le sue parole necessitate) e forme (con i differenti ma non meno impegnativi obblighi strutturali).
E’ stato difficile, ma non impossibile, essere a un tempo moderni e profondamente aderenti alla parola evangelica. Si è cercato a volte nel segno primitivo, a volte nel vigore espressionista, la formula che consentisse all’arte di rimanere fedele ai cammini tracciati dalla sua peculiare ricerca e, nel contempo, adempiere a quello che Paolo VI ha indicato, quaranta anni fa, come còmpito privilegiato dell’arte: esprimere il cuore, il sentimento, la ricchezza e la bellezza del sentire religioso. Perché questo, dal punto di vista della Chiesa, è il cammino dell’arte: mantenere intatto il valore esemplare del messaggio e contemporaneamente non tradire quelle ricerche che hanno reso l’arte del secolo appena chiuso uno degli episodi più ricchi dell’intera vicenda artistica.
Compito difficile, che sovente ha perduto sé stesso in formule vuote, superficialmente narrative ma senz’anima, oppure, in forme opposte, ha perduto il messaggio liturgico, poiché l’artista si sentiva trascinato dall’enormità delle inquietudini interiori: tra il silenzio e la parola vuota, l’arte di carattere sacro del nostro secolo ha dovuto muoversi tra due versanti ugualmente devianti, almeno rispetto al compito che la Chiesa chiede.

1.E’ assai probabile, conoscendone la cultura e la lunga vicenda interiore, che padre Costantino Ruggeri avesse in mente tutto questo e altro ancora, quando ha voluto realizzare la sua Via Crucis in 15 stazioni per la chiesola di Santa Maria Assunta in Monte Porzio, l’antica “chiesa dei signori conti” che affianca il Palazzo Pubblico (un tempo Municipio) del Comune marchigiano.
Anche a Costantino Ruggeri probabilmente sono venuti i dubbi di fermarsi sulla soglia di una narrazione; o al contrario di perdersi in un percorso che ha, nel suo caso, mille contatti con la natura spirituale della nostra vita, ma avrebbe potuto non chiudere l’evento evangelico nel percorso di Passione, che prende l’avvìo nell’Orto del Getsemani e si conclude con la gloria della Resurrezione: questa è la vicenda. Narrarla sarebbe inutile ed offensivo, dal momento che tutti la conosciamo attraverso le mille parole che nelle chiese abbiamo ascoltato. Ricordare Pilato o Caifa, la flagellazione o la salita al Calvario, fino al dialogo con il ladrone e la promessa del paradiso imminente, può sembrare quasi ozioso in chi vive un contesto, culturale prima ancora che religioso, come il nostro.
Ruggeri assume su di sé la forza e il segno della cultura espressionista. Chi conosce la sua opera, la sua lunga esperienza pittorica che affonda negli anni del secondo dopoguerra, sa bene che tutta la sua pittura si snoda sui percorsi espressionisti. Sono quelli che consentono al pittore di meglio indagare i messaggi emotivi che coincidono, in lui, con quelli della fede. E’ tuttavia consapevole che nell’economia del racconto, nella comunicabilità degli episodi, sarebbe fuorviante utilizzare colori non mimetici, o con modificazioni mimetiche che non consentono al fedele di identificare i protagonisti della storia. Anche per questo la figura del Cristo si adegua a una tradizione che, in una terra appenninica a cavallo tra Umbria e Marche, forse risale alla vicenda terrena di santo Francesco, nel cui ordine minorile padre Costantino ha scelto di vivere il proprio incontro con Cristo. E’ un Cristo riconoscibile secondo le logiche di una iconografia consueta, quello di Ruggeri.
Allora l’accelerazione espressionista si compie per segno: un contorno netto, a squadrare figure e forme, pervade l’intera vicenda e le 15 stazioni. Tutto appare come costruito con la pietra, con la medesima durezza di una vicenda che nella nostra cultura costituisce l’esempio universale del dolore; e solo alla fine, nella 15^ tela, il dolore sembra sciogliersi nei rosa leggeri della Resurrezione, nella gioia dell’ascesa al Padre. La scelta segnica si lega alla vicenda poetica del pittore bresciano; e suggerisce anche una sintesi narrativa che rafforza le ragioni emotive: volendo proprio esaltare l’individuale, intuitivo prima ancora che conoscitivo, incontro del fedele con la passione di Cristo, Ruggeri elimina le forme dettagliate del racconto e si apre alla estrema rarefazione delle figure. Tutto è racchiuso in una sintesi che consente di entrare dolorosamente, ma con speranza, in quel cammino di dolore che porta alla redenzione: ed è una lettura che va segnalata al merito di un pittore che ha voluto confrontarsi con la contemporaneità, senza rinunciare né ai moti della fede né a quelli, ugualmente spirituali, del percorso artistico.

 

Chiesola di Santa Maria Assunta e le quindici stazioni della Via crucis … via lucis, dipinte da padre Costantino Ruggeri

Un commento artistico-spirituale di Stefano Troiani

viacrucis1La Via crucis…via lucis della chiesola di Santa Maria Assunta di Monte Porzio, opera pittorica dell’artista francescano padre Costantino Ruggeri, costituisce un racconto figurato di alta e intensa ispirazione artistica, ma soprattutto di profonda e sofferta pietà religiosa.

Le immagini che raccontano i tempi e le vicende della passione e morte sulla croce di Gesù, Figlio di Dio, nascono non tanto dalla conoscenza storica della tragica vicenda, peraltro solida e interamente collocata in un orizzonte di pura e lucidissima spiritualità, quanto sono ispirate da una estatica illuminazione interiore. Esse traducono una devozione che raccoglie e disegna, insieme e fortemente, la fede come memoria e intelligenza d’un evento drammatico e indicibile, che tocca cielo e terra, tempo ed eterno, che rammaglia ed esprime quel sentimento che investe la vita più nascosta e profonda dell’artista: da questa regione più nascosta della vita interiore, risale la composizione iconica. E’ una pittura capace di cogliere, nonché di esprimere in modo efficace e comprensibile, i sensi del mistero di dolore, di morte, di resurrezione con i risvolti di quell’amore supremo che è donazione della vita da parte del Figlio di Dio fatto uomo. E’ una immolazione questa che muta le profondità di un modo di essere del mondo e dell’uomo; e la figurazione rende visibile questa realtà, in quel richiamo costante alla silenziosa meditazione che s’affaccia sull’orizzonte luminoso della glorificazione del Cristo risorto e del sommovimento cosmico che annuncia una trasfigurazione di quanto esiste.

Le immagini sviluppano come una sequenza, capace di ricomporre la verità della tragica vicenda con una carica d’ispirazione e di commozione tanto comprese del dramma rievocato, da riportare quasi nell’interezza la potenza espressiva del racconto evangelico. La crudezza della storia nella raffigurazione si addolcisce per la tenerezza delle forme e l’armonia della colorazione. La sequenza si esprime con lo spirito della pietà e della contemplazione del grande lirismo religioso di Jacopone da Todi. L’artista vuole restituire alla memoria, ma prima al puro sguardo, la figura di Gesù come storia che riguarda ogni spirito e intende riportare la sua immagine al presente, per far rivivere l’evento ed eccitare il sentimento di partecipazione e di compianto.
Tutto il tessuto ricompositivo del racconto evangelico e della tradizione cristiana procede attraverso immagini visive semplici e ingenue, almeno apparentemente; però di fatto quel semplicismo e quella ingenuità ricostruiscono il dramma più inquietante di tutta la storia con grande forza espressiva nei segni e nella intensa rappresentazione pittorica. Queste immagini si allineano con una impostazione scarna ed essenziale dei fatti, scevra di ogni particolare eccitazione di scena, per raccogliersi in spazi di pura spiritualità, quasi al limite della fisicità.

viacucisIl racconto colloca la memoria Jesu, ricomposta in una superiore trasfigurazione, al centro di ogni composizione proposta in un alone di mistero e in una dimensione tutta religiosa che invita alla meditazione e alla partecipazione sacrificale. La figura del Christus patiens è sempre rappresentata, nella sequenza delle immagini, con assoluta divina dignità. Il colore è costantemente tenuto nel minimo delle variazioni e non consente distrazioni. L’immagine, nella sua semplicità descrittiva, invita a concentrare il pensiero e il sentimento unicamente su lo svolgimento del mistero. Il racconto storico, nella sua doppia referenza umana e divina, disloca i personaggi in modo tale che il Cristo si collochi nel punto emergente lo spazio, richiamando di volta in volta la forza di ispirazione su l’oscurità del singolo episodio drammatico, aprendo la meditatio mortis sul conflitto tra l’assoluto amore di Dio e il peccato dell’uomo: e così diviene anche “meditazione teologica” della storia.

In questa pittura del Ruggeri il racconto della passione e della crocifissione di Gesù, compiendosi infine nel lampo della resurrezione, trova la forma più vicina -dopo la musica e la poesia- alla comprensione del suo significato soprannaturale e piega il cuore all’invocazione. In tutto questo percorso figurativo lo scandalo della kénosi, svuotamento e annientamento che è incarnazione, passione, morte, discesa agli ìnferi e resurrezione, si ricompone come poema visivo dove la figura del Cristo, Signore della storia umana e cosmica, si configura nella pienezza della vita e della gloria. Così tutta la storia, tempo e spazio, pensiero e amore, dolore e gioia, morte e vita, si annoda e si illumina nella dimensione del Cristo risorto.

L’artista, forte del senso spirituale che gli deriva dall’essere figlio di san Francesco, intende elevare lo sguardo del cristiano, ma anche dell’uomo come tale, di fronte al Cristo come appello alla fede e alla speranza. Padre Costantino ha raffigurato la storia della passione di Gesù in un racconto visivo che riesce a commuovere il sentimento non solo religioso. E’ un racconto che ha i toni e l’andamento della storia evangelica nella sua semplicità narrativa, nella partecipazione all’umana-divina sofferenza, nel calore commosso della pietà: negli sfondi densi il martirio di Gesù s’avvera avvolto in una luce che rimanda al mistero.

La facciata e il campanile

La facciata

esternoNon conosciamo l’anno di fondazione del primitivo edificio religioso, ma si può ipotizzare che sia già stato parte del primo complesso urbanistico del sec.XV, dopo che la famiglia di Montevecchio prese dimora pressoché stabile nella zona. La piccola Chiesa viene rappresentata in una pianta del Castello di Monteporzio non meglio datata che dall’indicazione piuttosto vaga “Castello di Monte Porzio dal 1660 al 1780″. Per ciò che riguarda l’Oratorio è comunque certo trattarsi di una raffigurazione precedente l’anno 1743, anno in cui la costruzione subì un notevole intervento di restauro, che ne mutò in parte l’aspetto. Infatti nell’antica veduta l’edificio si presenta realizzato con mattoncini a vista e con la facciata munita di una coppia di piccole finestre e un rosone centrale: l’intervento settecentesco si può oggi facilmente riconoscere nell’apertura dell’ampio finestrone al di sopra (vedi le alterne vicende della famiglia Montevecchio sull’investitura a Monteporzio e Castelvecchio nella storia”, Alberto Polverari) dell’ingresso e nell’aggiunta del cornicione aggettante che, innestandosi alla base degli spioventi del tetto, traduce l’originario disegno a capanna in una classica facciata con un frontone triangolare a timpano. Certo che il disegno semplice uniforme e piatto di questa facciata ingentilita soltanto dalle due esigue lesene terminali,si presenta umiliata e monotona avendo alla sua sinistra il Palazzo dell’ex Municipio con la sua suntuosa architettura barocca, il suo corpo, centrale bombato sullo sfondo, delle parti laterali e dominante con le sue forti paraste doppiate con capitelli dorici sostenenti un grand’arco semicircolare e al di sopra una classica cella campanaria con pilastrini decorativi e cornicione a trabeazione attica.
Anche le due epigrafi poste sulle due facciate hanno un’incorniciatura diversissima; una semplice inquadratura quella della Chiesa, una bordatura con modanature ad alto rilievo quella del palazzo con il fastoso stemma dei Montevecchi finemente scolpito e dicitura sotto la quale tende quasi riproducente il sigillo di pergamena con medaglione e i simbolici 5 monti abbinati dell’antica dinastia:

POMPEJUS FEDERICUS RAINALDUS
COMITES EX (CEPTORES) MONTIS VETERIS
CUR (AVERUNT)
ANNO DOMINI
MDCCXXXXIII

Un elemento architettonico che adorna notevolmente la facciata è l’ampio portone a due ante, scandito da forti bugnature lignee; portale inserito in una classica incorniciatura con lesene e paraste ai lati, sormontate da una trabeazione dorica, con due bei modiglioni ionici alle estremità, quali mensole decorative del fregio trabeato.


Testo tratto da: “Senigallia e la sua Diocesi STORIA – FEDE – ARTE” – Mons. Angelo Mencucci – Editrice Fortuna 1994 ; “S.MARIA ASSUNTA – La chiesola del castello di Monte Porzio – storia, devozione, arte” – Mons. Angelo Mencucci.

 

IL campanile

chiesolacampanileE’ una piccola costruzione architettonica di stile romanico, ad una sola parete con apertura bifora ad arco a tutto sesto, con due campane; al di sopra un frontone appena segnato e terminante con un timpano triangolare.

Il tempietto è fabbricato con mattoni a tutta vista e pur nella sua nudità rupestre e annosa è piacevole come reperto murario di tempi passati ma soprattutto come vetusta della campanaria che anche oggi riecheggia i religiosi distici latini incisi in tante altre campane della diocesi:

DEUM LAUDO – POPULUM VOCO – DEFUNCTOS PLORO
DEAMONES FUGO – MORBOS DEPELLO – FESTA DECORO
VOX MEA VOX VITAE – VOCO VOS AD SACRA VENITE

LODO IDDIO – CONVOCO IL POPOLO – PIANGO I DEFUNTI
SCACCIO I DEMONI – VINCO LE MALATTIE – RALLEGRO LE FESTE
LA MIA VOCE E’ VOCE DI VITA – VENITE ALLE SACRE LITURGIE


Testo tratto da: “Senigallia e la sua Diocesi STORIA – FEDE – ARTE” – Mons. Angelo Mencucci – Editrice Fortuna 1994 ; “S.MARIA ASSUNTA – La chiesola del castello di Monte Porzio – storia, devozione, arte” – Mons. Angelo Mencucci.

Interni della Chiesola

Le tele interne

benemaleL’IMMACOLATA CONCEZIONE E L’ALBERO DEL BENE E DEL MALE

E’ un dipinto piuttosto raro; si tratta di un’allegoria del peccato originale ed illustra il capitolo 3° della Genesi: la tentazione del serpente, la caduta dei progenitori, la condanna, la profezia: “Io porrò inimicizia fra te e la Donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu l’insidierai il calcagno”.
Ma la grande tela è come un poema classico dove fantasia e realtà, profezia e tragedia, storia e personaggi del Vecchio Testamento e annunzio del Nuovo descrivono col genio del pennello e dei colori il misterioso disegno di Dio, chiamato il “Protovangelo”.La tela si può dividere come soggetto in tre parti: in alto la SS. Trinità che guarda ed effonde in Maria SS. il soffio vitale e la missione di mediatrice; gli Angeli laterali dispiegano un cartiglio ove è scritto il tema del quadro:” VIRGO SINEMACULA” a sinistra, “IPSA CONTERET CAPUT TUUM” a destra; il piede dell’Immacolata schiaccia il capo del serpente biblico, che è al centro della scena, grasso, barbuto, cornuto, gigante diabolico come nell’inferno dantesco, alato Lucifero un tutt’uno con l’albero del bene e del male schiantato e con i rami troncati divide il cielo dalla terra.
In basso tutta la miseranda storia dell’uomo: Adamo ed Eva incatenati al tronco fatale, avviliti, ignudi, prostrati in terra; al di sopra dei progenitori una schiera affastellata di figure: tra esse si notano Abramo con il coltello abbandonato per il sacrificio di Isacco, Mosè con i due raggi in fronte come scendesse dal Sinai, David incoronato con l’arpa salmodica, Aronne con l’Efode, Giosuè con il cimiero in capo ed altri personaggi forse Giudici o Profeti.
Ammiriamo sopra tutti il volto bellissimo della vergine inclinato maternamente tenero e misericordioso verso l’umanità pensosa e dolorante, paffuti e vivacissimi i sei angioletti che circondano la loro regina; oscuro, mostruoso, debellato Satana; con gli occhi chiusi e sgomenti; caratteristici e parlanti tutti gli altri undici personaggi a destra, a sinistra e sotto l’albero del bene e del male, ognuna con il suo dramma o messaggio, con il suo atteggiamento e carisma.
Chi è l’autore del quadro?
Purtroppo è anonimo, ma è certamente da collocarsi per lo stile ed area marchigiana e trova un precedente iconografico nell’opera analoga eseguita da Ercole RAMAZZANI (1573) per la Chiesa di San Francesco a Matelica, alcuni critici lo inseriscono nello scarno catalogo del pittore Orfeo PRESUTTI di Fano; ma non troviamo riscontri e testimonianze valide.
E’ invece importante per la conoscenza del tema e la qualità artistica del soggetto guardare il dipinto del Ramazzani e il commento di esso scritto da una esperta dell’artista arceviese, la Dott. ssa Daniela Matteucci sul volume: “Ercole Ramazzani” Sassoferrato 1994.
Riportiamo la scheda della Dott.ssa Daniela Matteucci:
“L’IMMACOLATA CONCEZIONE E L’ALBERO DEL BENE E DEL MALE”
Olio su tela, cm. 360 X 190
Matelica (MC), Chiesa di San Francesco, Cappella Pariberti
Segnatura: HERCVLES RAMAZZANI – ROCHENSIS PINGEBAT ANN. DNI. MDLXXIII°
E’ da considerare fra i dipinti migliori dell’artista. La composizione spiraliforme attorno all’albero centrale sul quale gira il corpo viscido del mostro. Il dipinto è ispirato all’analogo soggetto del vasari, eseguito per la chiesa dei SS. Apostoli di Firenze nel 1524, ed ora agli Uffizi.
L’opera, voluta da Bindo Altoviti, è di dimensioni ridotte; quindi Ramazzani prese “l’invenzione” facendone poi una pala d’altare.Adamo ed Eva, simili come fratelli, si appoggiano alle radici dell’albero, e le loro espressioni indicano colpa e serena accettazione. Tutt’intorno, la folla è protesa verso la scena con enfasi teatrale. La torsione dei corpi, i movimenti articolati e le pose composte – in particolare l’uomo di spalle in basso a sinistra e i due uomini in fondo a destra – sono elementi della cultura manierista. In alto la vergine siede sulle fronde rigogliose di pomi di cui uno è morso. Putti alati le fanno corona e due di loro recano cartigli sui quali si legge: “Ipsa Conteret Caput Tuum” e “Speculum sine macula”, allusioni alla purezza di Maria in relazione all’Immacolata Concezione.

LE TELE LATERALI:
LA NATIVITA’ DELLA VERGINE
LO SPOSALIZIO DELLA VERGINE

Sulle pareti laterali della chiesola sono poste due grandi tele che raffigurano la Natività e lo Sposalizio della Vergine.
Sono copie parziali di due riquadri della predella attribuita a RAFFAELLO e facenti parte del celebre dipinto del PERUGINO: “Madonna in trono e Santi” nella Chiesa di S. Maria Nuova di Fano (l’altro quadro simile, quasi copia, è quella del PERUGINO , nella CHIESA DELLE Grazie di Senigallia; solo due santi sono un po’ diversi).
I quadri a Fano che narrano la “Storia della vita di Maria SS. sono cinque: Nascita, Presentazione al Tempio, Matrimonio, Annunciazione ed Assunzione”
Sull’attribuzione di questa predella a RAFFAELLO c’è un importante studio di Anna Paola RIZZO in “Pittura a Fano 1480/1550”, Offset di Fano, Giugno 1984).
Esaminiamo i dipinti della chiesola di Monteporzio, riportando per maggior conoscenza e valorizzazione del giudizio artistico, le corrispondenti formelle di Fano:

nativitaLa Natività della Vergine.

La scena è divisa in due momenti: a destra S. Anna sul letto servita da due ancelle, a sinistra la piccola Maria con l’aureola e la mano destra quasi benedicente, amorevolmente assistita con visibile tenerezza da due giovani donne (nella predella di RAFFAELLO vi sono quattro assistenti); il fondo architettonico del quadro è simile a quello di Fano.

 sposaliziovergineLo Sposalizio della Vergine.

La tavola vede al centro il Sommo Sacerdote con l’Efod e turbante bianco lunato in testa (mentre quello di Fano ha la mitra latina)e la mano alzata benedicente le mani degli sposi che si impalmano; Giuseppe è con il simbolico giglio (quello di RAFFAELLO la semplice verga); un’altra leggera differenza c’è anche nel capo della Vergine che ha una fine aureola, assente in San Giuseppe, mentre in quello di Fano ambedue gli sposi hanno uno spiccato e finissimo cerchio luminoso al di sopra delle loro teste. Il fondo del dipinto è un’abside architettonica quattrocentesca; il centro è l’oscuro mentre ai lati due arcate illuminano i parenti ed amici di S. Giuseppe; a destra e sinistra familiari ed amici di Maria SS.
L’autore delle tue tavole è sconosciuto, non hanno una particolarità artistica, ma se accostata al magnifico dipinto dell’altare maggiore, attestano un unico interessante progetto artistico – figurativo inteso a glorificare la vita della Madonna alla quale questa Chiesa è, dedicata.


Testo tratto da: “Senigallia e la sua Diocesi STORIA – FEDE – ARTE” – Mons. Angelo Mencucci – Editrice Fortuna 1994 ; “S.MARIA ASSUNTA – La chiesola del castello di Monte Porzio – storia, devozione, arte” – Mons. Angelo Mencucci.

 

 

Le vetrate
Tre sono le vetrate colorate della chiesola e sono molto recenti.
Sulla parete destra della porta d’entrata nella chiesa c’è un’epigrafe che dice:
GAETANO GINEVRI LATONI DONO’ ANNI ’30
GEMMA CATALANI VED. GAETANO GINEVRI LATONI
RESTAURO’ MARZO ’95

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Sono finestre molto funzionali ma finemente decorative ed hanno un soggetto Cristocentrico: quella più grande, sulla facciata della chiesa è più ricca e fantasiosa;ha una bordatura geometrica che racchiude in alto la Colomba, simbolo dello Spirito Santo; al centro un grande rosone ornato con festoncini e dentro una croce greca che porta nel cerchio nimbato un calice sormontato dall’Ostia radiante.In basso i due stemmi della Famiglia Latoni ( a sinistra) e Ginevri (a destra).
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Le altre due vetrate più piccole verticali, sono aperte al lati dell’altare maggiore; il campo visivo è scandito da tre orlature geometriche; al centro un bel fiorone portante una croce greca bombata e radiosa.
Anche queste portano in basso gli stemmi araldici, quello di sinistra Famiglia Latoni, quello di destra Famiglia Ginevri.

Testo tratto da: “Senigallia e la sua Diocesi STORIA – FEDE – ARTE” – Mons. Angelo Mencucci – Editrice Fortuna 1994 ; “S.MARIA ASSUNTA – La chiesola del castello di Monte Porzio – storia, devozione, arte” – Mons. Angelo Mencucci.
L’interno della chiesa

internoL’interno della Chiesa è ad unica navata; una grand’aula con il fondale dominato dal solenne altare dell’Assunta, le pareti laterali con i due banconi corali in primo piano e con vasti dipinti negli spazi superiori; la parete d’entrata con la bella bussola-vetrata e sopra la cantoria cui si accede mediante una scala a chiocciola alla destra, mentre nello spazio sinistro è posta una lapide (dedicatoria delle tre vetrate) che ricorda i nomi e cognomi delle tre famiglie legate alla Chiesa: Montevecchio, Latoni, Ginevri.

La parte architettonica dell’Oratorio più caratteristica è la soffittatura: è una volta a padiglione ove si alternano vele più piccole e più grandi e al centro invece di una cupola con pennacchi, tamburo e laterna si conclude con un vasto spazio rettangolare riservato all’esteso dipinto rappresentante L’Immacolata Concezione e l’albero del Bene e del Male.
La chiesola è una piccola pinacoteca d’arte sacra.
Chi entra in quest’Oratorio è subito colpito dalla ricchezza delle opere d’arte in esso racchiuse che vanno dal grandioso altare maggiore alle panche della chiesa, dai numerosi dipinti alle vetrate, dalle epigrafi agli arredi liturgici, dai mobili a tutta la suppellettile sacra.
Sarà bene per il visitatore evidenziare ed illustrare le singoli componenti di questo patrimonio artistico.


Testo tratto da: “Senigallia e la sua Diocesi STORIA – FEDE – ARTE” – Mons. Angelo Mencucci – Editrice Fortuna 1994 ; “S.MARIA ASSUNTA – La chiesola del castello di Monte Porzio – storia, devozione, arte” – Mons. Angelo Mencucci.

L’altare e la tela dell’Assunzione della Vergine

altareL’ALTARE MAGGIORE

La prima grande impressione per chi entra è la visione di quest’altare con sopra un’immensa incorniciatura lignea dorata (chiamata in linguaggio spagnolo retablo) di stile barocco, composto da due plinti quadrati, decorati da modanature classiche e con al centro fastosi stemmi dei Montevecchio; su queste basi si ergono due imponenti colonne a forte rilievo, sporgenti sul fondo di due paraste, ambedue terminanti con bellissimi capitelli stile composito (corinzio e romano), colonne iperdecorate da lussuosi motivi floreali e che sostengono una fastosa trabeazione con fregi ai lati dello stemma dei Montevecchio e al centro un grosso cartiglio con volto d’angelo alato e la scritta: “ASSUMPTA EST MARIA IN COELUM”; al di sopra della fascia terminale con i dentelli una cimasa fortemente aggettante su cui sopra si erge un ornatissimo timpano architravato, spezzato, con altro volto d’angelo e ai lati volute ioniche ed ornamenti floreali.

LA TELA DELL’ASSUNZIONE DELLA VERGINE

Tutta questa sontuosa cornice (retablo) sovra l’altare maggiore, contiene il magnifico dipinto che raffigura l’Assunzione della Vergine, il vero gioiello della chiesa che ricorda il capolavoro dell’Assunta nell’omonima chiesa di Senigallia opera del grande pittore Venanzi, e l’Assunta nell’abside della chiesa parrocchiale di S. Maria Assunta di Barbara del pittore Giovanni Pirri.
In tutte e tre le figure viene esaltato il privilegio dell’Assunzione cui le tre chiese sono dedicate e attestano la grande devozione a questo privilegio mariano della nostra Diocesi anche secoli prima della definizione dogmatica di Pio XII.
Questa tela di Monteporzio è firmata dal pittore Andrea Sacchi,( Roma 1599 – 1661) notissimo pittore romano, allievo dell’Albani ed operante nel tempo e nel clima del Reni del Domenichino e del Sassoferrato.
Il Sacchi è il celebrato autore di una bella pala nella Pinacoteca Vaticana rappresentante la “Visione di S. Romualdo” e il soffitto con l’affresco de “La Divina Sapienza” in una sala del Palazzo Barberini dove la ricerca di semplicità monumentale in una composizione classicamente equilibrata mostra l’intento di evitare molte figure e il dinamismo degli scorci.
Tuttavia il Sacchi ama il colorismo tonale dei Veneti e possiede una commossa sensibilità verso la luce e la bellezza formale.
Questo dipinto esprime la visione estatica della Vergine che già contempla la gloria paradisiaca che l’attende; quel volto incantevole e beato, quegli occhi traslucidi e adoranti, quelle mani distese e riposanti sul petto simbolo di una maternità divina, è la trascrizione pittorica di una delle pagine più belle della teologia mariana definita come dogma di fede dalla Costituzione Apostolica di Pio XII “MUNIFICENTISSIMUS DEUS” il 1° novembre dell’Anno Santo 1950.


Testo tratto da: “Senigallia e la sua Diocesi STORIA – FEDE – ARTE” – Mons. Angelo Mencucci – Editrice Fortuna 1994 ; “S.MARIA ASSUNTA – La chiesola del castello di Monte Porzio – storia, devozione, arte” – Mons. Angelo Mencucci.

Adorazione dei pastori


RELAZIONE TECNICA
Elisa Berardinelli nata il 4 Maggio 1981 è una pittrice italiana in attività, specializzata in opere originali, riproduzioni, ritratti a matita e olio su tela.

Il dipinto “Adorazione dei pastori” e “Annunciazione”, è stato eseguito, dalla stessa, per la Chiesa di Santa Maria Assunta di Monte Porzio (PU).

L’opera, olio su tela (90×100 cm), raffigura una riproduzione dell’originale di Bartolomè Esteban Murillo, opera della metà del XVII Sec. attualmente esposta al Museo del Prado,

La chiesa suddetta è stata soggetta ad un recente restauro sia strutturale che delle opere interne, e la parrocchia ha deciso, oltre al recupero dell’antico, di far eseguire anche opere ad artisti moderni.

Il dipinto è stato esposto alla destra della pala d’altare raffigurante l’Assunta di Andrea Sacchi.

 L’opera è stata donata come ricordo,  alla chiesola e alla comunità di Monte Porzio, dal pievano/parroco don Luigi Gianantoni, nel momento di lasciare la parrocchia per raggiunti limiti di età, dopo aver trascorso 18 anni nel suo paese natale come presbitero (1998/2016).

A don Luigi la Chiesola sta particolarmente a cuore, sia per le sue bellezze sia per ricordi d’infanzia, e dopo il restauro l’ha custodita veramente con tanta passione e cura e di questo gli siamo tutti riconoscenti.

Monte Porzio  30 settembre 2016

Annunciazione

RELAZIONE TECNICA

Elisa Berardinelli nata il 4 Maggio 1981 è una pittrice italiana in attività, specializzata in opere originali, riproduzioni, ritratti a matita e olio su tela.  Il dipinto “L’Annunciazione”, è stato eseguito, dalla stessa, per la Chiesa di Santa Maria Assunta di Monte Porzio (PU).

L’opera, olio su tela (90×100 cm), raffigura un particolare su esempio dell’originale di Bartolomè Esteban Murillo, opera della metà del XVII Sec. attualmente esposta al Museo del Prado.

La chiesa suddetta è stata soggetta ad un recente restauro sia strutturale che delle opere interne, e la parrocchia ha deciso, oltre al recupero dell’antico, di far eseguire anche opere ad artisti moderni.  Il dipinto è stato esposto alla sinistra della pala d’altare raffigurante l’Assunta di Andrea Sacchi.

L’opera è stata donata dalla Confraternita del Santissimo Sacramento di Monte Porzio, a completamento dell’arredo interno.

Monte Porzio  16 dicembre 2017

 

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Biografia del Murillo

Bartolomé Esteban Pérez Murillo, uno dei più grandi esponenti del barocco spagnolo, nasce a Siviglia l’1 gennaio 1618. Bartolomé ha 13 fratelli, suo padre si chiama Gaspar Estban e sua madre Maria Perez Murillo dalla quale prende il nome d’arte che porrà sulle sue tele.

Alla morte di entrambi i genitori, essendo ancora in tenera età, viene cresciuto da Ana, sua sorella maggiore sposata con Juan Agustin de Lagaris, un barbiere-chirurgo con il quale avrà sempre un ottimo rapporto affettivo.

La sua formazione artistica si compie nella bottega di Juan Castillo, dove ha modo di conoscere a fondo anche la tecnica ed il linguaggio della pittura fiammoinga.

Le sue opere giovanili, che risentono dell’influenza di Ribera, Alonso Cano e Zurbaràn, sono di grande realismo, con un caratteristico linguaggio che col tempo subirà una grande evoluzione. I suoi lavori acquisiscono importanza anche perché coincidono con il gusto aristocratico e borghese, soprattutto nelle tematiche a carattere religioso.

Nel 1645 realizza tredici quadri per la chiesa di San Francisco el Grande a Siviglia, che lo renderanno famoso in tutta la Spagna. Nello stesso anno si unisce in matrimonio con Beatriz Cabrera che gli darà nove figli.

Due opere realizzate per la Cattedrale di Siviglia saranno la fonte della sua evoluzione nei due grandi filoni tematici che lo renderanno più celebre: le Immacolate concezioni e le Madonne col bambino.

Nel 1660 Murillo, insieme ad altri esponenti del mondo artistico tra i quali Herrera el Mozo, fonda l’accademia di Pittura di Siviglia, della quale, insieme allo stesso Herrera, sarà il primo Direttore. Data la sua notorietà nelle tematiche religiose, in questo periodo, riceve molte richieste per coprire importanti incarichi e molte commissioni per la realizzazione di opere in chiese, cattedrali e luoghi di culto, tra i quali la Chiesa di S. Maria la Blanca (dipinti), il Monastero S. Agustin (Pala) e la Chiesa del Convento dei Cappuccini (dipinti per le cappelle laterali e per la Pala Maggiore); questi ultimi portati a termine nel 1665.

Morirà 3 aprile 1682 a causa della caduta da una impalcatura mentre stava realizzando “Lo Sposalizio mistico di Santa Caterina”.

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