IV DOMENICA DI PASQUA – 7 MAGGIO 2017

IO SONO LA PORTA DELLE PECORE

Commento al Vangelo di p. Alberto Maggi OSM Gv 10,1-10

In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro. Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

Per aver aperto gli occhi al cieco nato, Gesù è stato accusato di essere un peccatore, perché, per essi, il peccato è la trasgressione della legge divina. Bene, Gesù ribatte, affermando che sono loro, i farisei, i peccatori, perché, per Gesù, il peccato è quello che offende l’uomo, ed è ai farisei che Gesù rivolge il monito, che è contenuto nel capitolo decimo, del vangelo di Giovani, lo rivolge ai farisei del tempo, ma anche a quelli di oggi. Sentiamo cosa ci scrive l’evangelista. “In verità, in verità”, quando si usa questa espressione nel vangelo di Giovanni, significa: vi assicuro, vi dico con fermezza, “io vi dico”, quindi è rivolto il discorso ai farisei, “chi non entra nel recinto”, qui l’evangelista, per il termine recinto, ha adoperato quello che si usa non per le pecore, ma l’atrio del tempio, perché vuole far comprendere: attenzione, non si tratta di recinti e di pecore, ma si tratta di popolo ed istituzione religiosa, “nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante”. Gesù è molto chiaro, sta parlando ai farisei: siete dei ladri, perché vi siete impadroniti del popolo di Dio, Gesù era il Dio, era il vero pastore, e, soprattutto, siete dei briganti, perché avete usato la violenza per sottomettere questo popolo. Nello sfondo della denuncia di Gesù, c’è tutta l’accusa che il profeta Ezechiele, specialmente nel capitolo 34, fa ai pastori, che governano il gregge soltanto per il proprio interesse, per la propria convenienza, e non si interessano del bene e del benessere delle pecore. E continua Gesù: “Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore”, Gesù rivendica lui di essere, come Dio, il vero pastore del suo popolo, “Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce”, perché le pecore ascoltano la sua voce? Perché riconoscono, nella voce di Gesù, la risposta al bisogno, al desiderio di pienezza di vita, che ogni persona si porta dentro. “egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome”, Gesù non ha un rapporto con la folla, con la massa, con un gregge, ma Gesù c’ha un rapporto speciale con ogni individuo, con ogni pecora, “e le conduce fuori”, il verbo adoperato dall’evangelista, è quello che è stato usato nel libro dell’Esodo, per indicare la liberazione dalla schiavitù, verso la terra della libertà. “E quando ha spinto”, letteralmente cacciato fuori, “tutte le sue pecore” – già Gesù, nell’episodio dell’entrata a Gerusalemme, aveva scacciato fuori le pecore dal tempio – “E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce”: Gesù libera le pecore dal recinto dell’istituzione religiosa, ma non le richiude in un altro recinto, seppur migliore, concede loro la piena libertà. E continua Gesù: “Un estraneo invece non lo seguiranno”, questa di Gesù non è una constatazione, è un consiglio che lui dà, “ma fuggiranno via da lui”, bisogna fuggire via da questi che si presentano come pastori, ed invece, vedremo, sono soltanto dei lupi rapaci, “perché non conoscono la voce degli estranei»”, le pecore conoscono la voce di chi le ama, e non di chi le vuole sfruttare, riconoscono, nella voce dei falsi pastori, l’ansia di potere, l’ansia di dominio. “Gesù disse loro”, quindi è rivolto ai farisei, “questa similitudine”, ma ecco la sorpresa, “ma essi non capirono di che cosa parlava loro”, come fanno a non capire? Semplice, perché non sono le sue pecore, perché non sono sordi, ma sono ostinati nella loro tentazione di potere, di ambizione. “Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono”, e questa è la rivendicazione del nome di Dio, quindi la pienezza della condizione divina che si manifesta in Gesù, “io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti”, quindi Gesù ribadisce l’accusa, ai capi religiosi, di essersi impadroniti del gregge che era di Dio, Dio era il pastore, e di averlo sottomesso attraverso la violenza, “ma le pecore non li hanno ascoltati”, ecco la constatazione di Gesù: il popolo può essere stato sottomesso per paura, ma non per propria scelta. “Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà”, questo entrare ed uscire significa che Gesù non richiude il gregge in un altro recinto, e la porta non viene chiusa, la chiusura della porta indica sicurezza per il gregge, però mancanza di libertà, no, seguendo Gesù, c’è la piena libertà, si entra e si esce. “e troverà”, e qui l’evangelista gioca sui termini della lingua greca, “troverà pascolo”, pascolo, nella lingua greca, si dice “nome”, mentre legge si dice “nomos”. Allora, con Gesù, non si trova una legge a cui obbedire, ma si trova pascolo, cioè un alimento che dà la vita. E la conclusione, e la conclusione, Gesù adopera per questi sedicenti pastori le stesse caratteristiche dei lupi, quindi non sono pastori, ma sono lupi, bisogna stare attenti, “Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere”, e qui c’è l’eco dell’accusa che aveva fatto già il profeta Ezechiele, qui nel capitolo 22: “i suoi capi in mezzo ad essa sono come lupi che dilaniano la preda versano il sangue fanno perire la gente per turpi guadagni”. Quindi Gesù identifica questi pastori come dei lupi, quindi bisogna stare attenti, bisogna fuggire, “rubare, uccidere e distruggere”, le vere vittime del culto al tempio sono le persone, “io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza»”, quindi è un invito a (di) Gesù a emanciparsi da questi pastori, che impongono, che obbligano, e (ad) accogliere il dono della pienezza di vita, che Gesù offre incondizionatamente, ad ogni persona che ascolta la sua voce.

III DOMENICA DI PASQUA – 30 APRILE 2017

LO RICONOBBERO NELLO SPEZZARE IL PANE

Commento al vangelo di p. Alberto Maggi OSM Lc 24,13-35

Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto». Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane. La morte di Gesù ha causato la dispersione, la confusione nel gruppo dei discepoli. Le donne lo vanno in cerca dove lui non sta, il Signore, nel sepolcro, e trovano due uomini che dicono alle donne: “perché cercate tra i morti colui che è vivo?”. Gli uomini invece, i discepoli, vanno verso la storia, verso il passato, in un luogo glorioso d’Israele, che faccia ricordare loro la grande vittoria d’Israele sui popoli pagani. Vediamo cosa ci scrive l’evangelista Luca al capitolo 24, dal versetto 13. “Ed ecco in quello stesso giorno”, il giorno della risurrezione, “due di loro”, questi loro sono gli apostoli, l’ultimo riferimento era agli apostoli, “erano in camino verso un villaggio di nome Èmmaus”, perché vanno a Èmmaus? Èmmaus è famoso nella storia d’Israele, lo(ne) troviamo le indicazioni nel primo libro dei Maccabei, al capitolo quarto, per una battaglia che Giuda il Maccabeo condusse contro i pagani, sconfiggendoli; fu una grande vittoria e, come c’è scritto in questo primo libro dei Maccabei, “e allora tutte le nazioni sapranno che c’è chi riscatta e salva Israele”. Il messia, che era stato atteso, era colui che avrebbe dovuto riscattare e salvare Israele, e invece Gesù è rimasto sconfitto, lui è stata una grande delusione. Dai vangeli sembra emergere che i discepoli sono più delusi della risurrezione di Gesù, che della sua morte, perché, se Gesù era semplicemente morto, voleva dire che si erano sbagliati. Sorgevano a quel tempo tanti pseudomessia, basta pensare (a) Giuda il Galileo, Teuda, che creavano una massa, che si rivoltava contro i Romani, e finiva sempre in una strage. Ebbene, morto un messia, se ne aspettava un altro. Ma se Gesù è risuscitato, significa che tutti i loro sogni di gloria, appunto di restaurazione, di liberazione d’Israele, di predominio sui Romani, questo si va a finire. Ma vediamo il testo. Quindi “vanno verso Èmmaus, e mentre conversano e discutono insieme, Gesù si avvicina e cammina con loro”, Gesù è il pastore che non abbandona i suoi discepoli. Ma, scrive l’evangelista, “i loro occhi erano impediti a riconoscerlo”. Come mai gli occhi di questi discepoli sono impediti a riconoscerlo? È chiaro, loro guardano verso il passato, e non possono vedere il presente e il futuro, dove Gesù li conduce. “gli disse Gesù”, disse, “che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino? Si fermarono col volto triste e uno di loro di nome Clèopa”, C è l’abbreviazione di Cleópatros, che significa “del padre glorioso, del padre illustre”, che fa comprendere l’atteggiamento, il sentimento di questi discepoli, loro ricercano la gloria del loro popolo. E questo Clèopa si meraviglia dice: “ma sei solo tu? forestiero a Gerusalemme?”, e gli racconta di quello che riguarda Gesù il Nazzareno. Ecco, per loro Gesù era il Nazzareno, Nazzareno significava il rivoltoso, il rivoluzionario, è questo che loro avevamo creduto di seguire: un messia che avrebbe sconfitto i Romani. Ed ecco la delusione “con i capi sacerdoti e le nostre autorità”, è grave che questi discepoli, questi apostoli, definiscono nostre autorità quelli che hanno assassinato il loro maestro. Ed ecco la delusione di cui accennavamo prima: “noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele”, ecco la grande delusione: speravano nel messia, invece è morto, e la prova che Gesù non era il messia, è che è morto, perché il messia non sarebbe potuto morire, e quindi la delusione della comunità che aveva riposto tutte le sue speranze in Gesù. Dice: è vero che alcune donne sono andate al sepolcro, “sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo”, ma, con reticenza, non affermano che loro non hanno creduto alle donne, perché le donne non sono testimoni credibili. Scrive l’evangelista: “quelle parole parvero loro come un vaneggiamento”. Ed ecco la risposta di Gesù di fronte a questa incredulità, è una risposta che si traduce in un rimprovero, “«Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava”, il verbo bisognava, letteralmente doveva, indica la volontà di Dio che il Cristo patisse queste sofferenze, “e cominciando da Mosè fino a tutti i profeti spiegò”, o meglio interpretò, “loro in tutte le scritture ciò che si riferiva a lui”, è importante questo verbo spiegare, interpretare: è il verbo da cui viene il termine tecnico ermeneutica, che cos’è l’ermeneutica? È l’arte o la tecnica di interpretare i testi. Gesù non si limita a leggere i testi di Mosè o dei profeti, o a raccontarli, ma lui li interpreta. Cosa significa questo? Questo è un criterio valido per tutti noi oggi, (significa) che, per leggere la Scrittura, bisogna interpretarla come? Con lo stesso spirito che l’ha ispirata, e qual è questo spirito che ha ispirato la Scrittura? L’amore del creatore per tutte le sue creature: è questo l’unico criterio che consente di comprendere la Scrittura. “quando furono vicini al villaggio”, il villaggio è sempre luogo della tradizione, del passato, quindi loro ancora non comprendono, vogliono andare verso il passato, Gesù mostra di andare più lontano, loro vanno verso il vecchio e Gesù invece verso il nuovo. I discepoli insistono con Gesù “resta con noi perché si fa sera il giorno ormai al tramonto”, e Gesù, il pastore che non perde le sue pecore, rimane con loro. “quando fu a tavola con loro prese il pane”, e qui l’evangelista ci propone la scena dell’ultima cena, con gli stessi gesti le stesse azioni, “recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro”, ricordiamo, per comprendere questo brano, che Luca è l’unico evangelista che, nel momento della cena, Gesù pronuncia le parole “fate questo in memoria di me”, quindi Gesù ripete la sua presenza, la sua memoria. “ed ecco che allora si aprirono loro gli occhi che lo riconobbero”, ecco nel momento che Gesù si manifesta come colui che spezza il pane, la propria vita per i suoi discepoli, loro, i discepoli, lo riconoscono. “Ma egli sparì”, qui veramente il verbo non è sparire, sparire significa scomparire; no, l’evangelista scrive “si rese invisibile”, è qualcosa di diverso, sparire significa che non c’è più, invisibile significa che c’è, ma non si vede. Perché Gesù si rende invisibile? Ce lo dice l’evangelista, alla conclusione di questo brano, “essi narravano”, poi ritornano a Gerusalemme, “ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane”. Questo è il messaggio che Luca, l’evangelista, lascia per le comunità e per i credenti di tutti i tempi: Gesù è invisibile, perché si rende visibile ogni volta che la comunità spezza il pane.

II DOMENICA DI PASQUA – 23 aprile 2017

OTTO GIORNI DOPO VENNE GESÙ

Commento al vangelo di P. Alberto Maggi OSM Gv 20,19-31

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome. Quando leggiamo il vangelo, per comprendere quello che l’evangelista ci vuol trasmettere, dobbiamo sempre prendere le distanze dalle tradizioni e soprattutto dalle immagini pittoriche, con le quali gli artisti hanno inteso tramandare quest’episodio. È il caso di Tommaso, che viene presentato normalmente, nella storia, come l’incredulo, come colui che mette il dito nelle piaghe del Signore, nelle mani, e soprattutto nel costato come, per esempio, nel bellissimo quadro del Caravaggio, ma dal vangelo nulla di tutto questo, vediamo. Scrivere l’evangelista che “Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo”, Dìdimo significa “gemello”. Delle quattro volte, dei quattro momenti che appare Tommaso in questo vangelo, per ben tre, e il numero tre significa “completo”, viene presentato come il gemello, il gemello di chi? È il gemello di Gesù, perché gli assomiglia nel comportamento. In apocrifi si legge che “Tommaso è chiamato il mio idoneo secondo”, ma perché è considerato il gemello di Gesù? Quando Gesù ha annunziato ai discepoli che voleva andare in Giudea, perché Lazzaro, il suo amico, era morto, tutti i discepoli avevano paura, hanno detto a Gesù: ma vai in Giudea, cercavano di ammazzarti. Tommaso è stato l’unico che ha detto: andiamo anche noi a morire con lui. Mentre Pietro voleva morire per Gesù, e finirà poi per tradirlo, Tommaso no, Tommaso ha compreso che non c’è da dare la vita per Gesù, ma, con lui, bisogna dare la vita per gli altri. Per questo Tommaso viene presentato come il gemello, cioè colui che assomiglia di più a Gesù, e la sua importanza risalta in questo vangelo, perché, per ben sette volte, apparirà il nome suo. Quindi “chiamato Dìdimo, non era con loro”, perché non era con loro? Abbiamo letto, in questo brano, che i discepoli erano a porte chiuse, per paura di fare la stessa fine di Gesù. Ebbene Tommaso, che è il gemello di Gesù, lui non ha paura, non ha paura di morire come il suo maestro. “Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi”, è solo da Giovanni che sappiamo che, per Gesù, sono stati usati i chiodi per crocifiggerlo, “e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo»”, letteralmente “io non crederò”. Questa affermazione di Tommaso non va interpretata come una negazione assoluta della risurrezione di Gesù, ma è il desiderio di credere, è un po’ (come) quando noi, nell’italiano, quando ci annunciano una notizia bella, straordinaria, impensata, cosa diciamo noi? “no, non ci posso credere!”, non è che non ci vogliamo credere, ci sembra talmente grande, oppure quando diciamo: “non è possibile, non è vero!”, non è che neghiamo il fatto, è che è troppo bello che ci sembra impossibile. Quindi qui Tommaso non nega la possibilità, ma esprime il suo desiderio ardente di poterla sperimentare. “Otto giorni dopo”, è importante questa indicazione: l’ottavo giorno è il giorno della resurrezione di Gesù, e la comunità dei credenti ha imparato a riunirsi per la celebrazione eucaristica, “Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne”, meglio, letteralmente “viene” “Gesù”, il verbo al presente indica che, ogni volta che la comunità si riunisce, si manifesta la presenza di Gesù, “a porte chiuse, stette in mezzo”, è importante questa indicazione che l’evangelista già ha presentato, che Gesù, tutte le volte che si manifesta ai suoi, si colloca al mezzo. Gesù non si mette al di sopra, non si mette come primo, ma al centro. Cosa significa questo? Significa che tutte le altre persone attorno a lui, hanno la stessa relazione, non c’è qualcuno più vicino a Gesù e qualcuno più distante, qualcuno prima e altri dopo, ma Gesù è al centro in mezzo, e tutti gli altri attorno. “e disse”, e, per la terza volta, Gesù pronuncia “«Pace a voi!»”, non è un augurio, Gesù non dice: “la pace sia con voi”, ma è un dono. Gesù, quando si manifesta, dona sempre questa pace, cioè la pienezza della felicità, e, con essa, il dono dello Spirito, che è capace di prolungare, attraverso gli apostoli, il dono d’amore del Padre all’umanità. “Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!»”, ebbene di fronte a questo invito di Gesù, Tommaso si guarda bene di mettere il dito nelle piaghe del Signore, al contrario, “Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!»”, è la più alta professione di fede di tutti i vangeli, quindi altro che incredulo, Tommaso è il credente perfetto. Giovanni aveva presentato Gesù come colui che era la rivelazione di Dio, e Gesù, a Filippo, aveva detto: “chi ha visto me, ha visto il Padre”, e, sempre Gesù, aveva detto: “quando avrete levato il figlio dell’uomo, allora saprete che io sono”, il nome divino, ebbene Tommaso è il primo tra i discepoli a riconoscere in Gesù la pienezza della divinità, la pienezza della condizione divina, “«Mio Signore e mio Dio!»”. “Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati”, ci sono due beatitudini nel vangelo di Giovanni, strettamente legate con(tra) loro: una, quella nella cena, dopo il servizio che Gesù ha fatto della lavanda dei piedi, quando Gesù dice: “beati se le metterete in pratica”, cioè se (c’è) questo atteggiamento di servizio, e l’altra è questa che è strettamente collegata: l’atteggiamento di servizio permette di sperimentare il Cristo risorto nella propria vita, “beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!»”. Quelli che, nel tempo, si susseguiranno, non sono svantaggiati, ma anzi sono beati, hanno una fortuna in più. Quel messaggio che ci dà l’evangelista è che non c’è bisogno di vedere per poter credere, ma credere, dare adesione a Gesù, e si diventa un segno che gli altri possono vedere.

DOMENICA DI PASQUA – RISURREZIONE DEL SIGNORE  – 16 APRILE 2017

È RISORTO E VI PRECEDE IN GALILEA

Commento al vangelo di p. Alberto Maggi OSM Mt 28,1-10

Dopo il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Màgdala e l’altra Maria andarono a visitare la tomba. Ed ecco, vi fu un gran terremoto. Un angelo del Signore, infatti, sceso dal cielo, si avvicinò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come folgore e il suo vestito bianco come neve. Per lo spavento che ebbero di lui, le guardie furono scosse e rimasero come morte. L’angelo disse alle donne: «Voi non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto, infatti, come aveva detto; venite, guardate il luogo dove era stato deposto. Presto, andate a dire ai suoi discepoli: “È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”. Ecco, io ve l’ho detto». Abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli. Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: «Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno». Nessun evangelista descrive la risurrezione di Gesù. L’immagine classica tradizionale conosciuta del Cristo trionfante, che esce dalla tomba, non appartiene infatti ai vangeli, ma ad un apocrifo del II secolo, chiamato il vangelo di Pietro. Ma tutti gli evangelisti danno indicazioni su come incontrare il Cristo vivente. L’esperienza del Cristo risorto, infatti, non è stato un privilegio concesso duemila anni fa ad un piccolo gruppo di persone, ma una possibilità per i credenti di tutti i tempi. Vediamo cosa ci dice al riguardo Matteo, nel capitolo 28, il capitolo della risurrezione. “Dopo il sabato”, ecco l’evangelista inizia con una notazione: l’osservanza del precetto del sabato ha ritardato la comunità primitiva di fare esperienza del Cristo risorto. “Dopo il sabato, all’alba del primo giorno”, il primo giorno richiama il primo giorno della creazione, in Gesù si realizza la nuova definitiva creazione della settimana. Il primo giorno della settimana, è il giorno ottavo, e il numero otto, nella chiesa primitiva, sarà il numero che avrà il significato del Cristo risorto, ed è il numero infatti delle beatitudini. “Maria di Magdala e l’altra Maria andarono a visitare la tomba”, manca una donna; alla crocifissione di Gesù erano tre le donne presenti: Maria di Magdala, l’altra Maria, la madre di Giacomo e Giuseppe, ma c’era anche la madre dei figli di Zebedeo. Non c’è più, perché? Questa donna ambiziosa, che voleva la gloria, il successo per i suoi figli, quando vede che il suo messia muore definitivamente, ha perso ogni speranza, quindi non sarà testimone della risurrezione. “Ed ecco, vi fu un gran terremoto”, il terremoto, nella Bibbia, è un segno della manifestazione divina, “e un angelo del Signore”, per angelo del Signore non s’intende un angelo inviato dal Signore, ma Dio quando entra in contatto con gli uomini. In questo vangelo appare per ben tre volte: per annunciare la vita di Gesù, per proteggerla dalle mire omicide di Erode, e per confermarla(e) ora, che, quando la vita viene da Dio, è indistruttibile. “Un angelo del Signore, infatti, sceso dal cielo, si avvicinò, rotolò la pietra”, questa pietra era stata definita una gran pietra, “e si pose a sedere”, sedere è segno di conquista, “su di essa”. A differenza delle donne, che, nel capitolo precedente, l’evangelista ci ha indicato che si erano sedute davanti alla tomba in segno di lutto, l’angelo siede sulla pietra in segno di vittoria. “Il suo aspetto era come folgore e il suo vestito bianco come neve”, sono le stesse descrizioni della trasfigurazione di Gesù e i colori della gloria divina. “Per lo spavento che ebbero di lui, le guardie furono scosse e rimasero come morte”, c’è l’irruzione della pienezza di vita, ma quanti appartengono al mondo della morte, per loro non è un’esperienza di vita, ma sprofondano ancora più nella morte. L’evangelista è ironico, perché quello che pensavano che è morto, in realtà è vivo, e quelli che erano vivi, dice sono come morti, sono morti. Ma “l’angelo disse alle donne: «Voi non abbiate paura!”, è strano questo, perché ad avere paura sono le guardie, e l’angelo invece le ignora e si rivolge alle donne, dice “«Voi non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso”, cioè il maledetto, quello che era considerato morto per una maledizione divina, “Non è qui”. L’angelo non dice non è più qui, (ma) non è qui: il sepolcro non ha mai potuto contenere colui che era il vivente, ”È risorto, infatti”, e qui c’è un velato rimprovero, “come aveva detto”, l’aveva detto per ben tre volte, “venite, guardate il luogo dove era stato deposto”, e “Presto, andate a dire ai suoi discepoli: “È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea”, la Galilea è importante nella narrazione della resurrezione, apparirà tre volte, “là lo vedrete”, questo verbo vedere è lo stesso che è apparso nella beatitudine di: beati i puri di cuore, e non indica la vista fisica, ma una profonda esperienza interiore. Gesù risuscitato in questo vangelo, il vangelo di Matteo, non si manifesterà mai a Gerusalemme, la città assassina, la città che, fin dall’inizio, è sotto una cappa di tenebre, ma, per vedere Gesù, per sperimentarlo, occorre andare in Galilea, cioè il luogo della sua predicazione. “Abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande”, nella misura che abbandonano il sepolcro, che mai ha potuto contenere il vivente, subentra una gioia grande, e “le donne corsero a dare l’annuncio”, il termine annuncio, in greco, contiene in sé la radice del vocabolo angelo. Le donne, considerate gli esseri più lontani da Dio, in realtà sono i più vicini, compiono la stessa funzione degli angeli, “l’annuncio ai suoi discepoli. Ed ecco”, l’espressione indica una sorpresa, “Gesù venne loro incontro”, quando si va a comunicare vita, quando si va ad annunciare vita, c’è sempre il Signore che viene incontro, per rafforzare, con la sua presenza, l’annuncio, ”e disse”, qui la traduzione è “«Salute a voi!»”, in realtà è “rallegratevi”, perché? Al termine delle beatitudini, nell’ultima beatitudine, quella dei perseguitati, Gesù aveva detto: rallegratevi perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Eccola qual è la ricompensa: una vita indistruttibile, una vita capace di superare la morte. “Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono”, i piedi indicano un incontro reale, fisico non è uno spirito, un fantasma. Il fatto che lo adorarono (vuol dire) che riconoscono in lui la pienezza della condizione divina. “Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare”, di nuovo il ruolo degli angeli, “ai miei fratelli”, per la prima volta i discepoli vengono chiamati i fratelli di Gesù, “che vadano in Galilea”, e, di nuovo, l’invito, “là mi vedranno”. Perché in Galilea è possibile vedere Gesù? Poi vedremo in seguito che i discepoli andranno in Galiela su “il monte che Gesù aveva loro indicato”. Ma Gesù non ha indicato nessun monte. Qual è questo monte? È il monte delle beatitudini. Qual è il messaggio allora dell’evangelista? Vivendo, accogliendo le beatitudini, manifestando in pienezza la buona notizia di Gesù, c’è la possibilità di fare l’esperienza, d’ incontrare nella propria vita, colui che è il vivente.

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