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SVILUPPO DI MONTEPORZIO

(Secoli XVI-XVIII)
Il centro abitato di Monteporzio, il cui territorio ricorda la presenza degli uomini fin dall’età della pietra, le successive immigrazioni dei pregallici, dei Senoni, dei Romani, dei Longobardi e dei Bulgari e l’opera di civilizzazione cristiana ed agricola dei monaci di Santa Maria in Portuno, di San Lorenzo in Campo, di Fonte Avellana e di San  Gervasio fino alle infeudazioni a vari signori, inizia il suo sviluppo con i conti di Montevecchio. Abbandonati alla loro sorte i vari castelli del territorio e lasciate nella campagna le colonie agricole, la vita viene concentrata nel castello del «fondo Monteporco», probabilmente quello già detto di «Gerardo». Così i primi nati e battezzati, quali vengono segnalati dal libro parrocchiale più antico sui battesimi, sono di genitori provenienti da San Vito e da Montevecchio, cioè dai luoghi di provenienza dei nuovi signori. Del resto anche i pievani più antichi, dopo l’investitura del 1429, e cioè Francesco, Giovanni Battista Marini e Girolamo Santi sono di Montevecchio.
Scrive il Locchi: «Monteporzio facendo parte del Vicariato di Mondavio, di esso seguì le sorti del 1462 al 1520 e appartenne quindi per breve tempo ad Antonio Piccolomini, nel 1474 a Giovanni della Rovere e nel 1516 a Lorenzo De Medici. Alla morte di questi, il Pontefice Leone X, con bolla del 1520 restituì tutto il vicariato di Mondavio ai Fanesi ed il Sindicus Montis Podii, a somiglianza dei magistrati dei Castelli dell’intero vicariato, giurò fedeltà ai magistrati di Fano. E dobbiamo credere che il castello da quell’epoca abbia sempre seguito le vicende di Fano, poiché non abbiamo altre notizie particolari».
Tutto ciò è una somma di gravi errori, ripetuti poi da altri e determinati dal primo grave errore nell’identificare il castrum Montis Podii, il Poggio (volgarmente detto «cl Poi») sito tra San Giorgio e Orciano, con Monteporzio, come già si è accennato nel capitolo VI in merito alla etimologia del nome. Nel libro dei matrimoni, 24 aprile 1599, si parla di un matrimonio avvenuto tra un certo Giovanni Battista di Ludovico de Castro Podii (castello del Poggio) e donna Lucrezia di Matteo di Monteporzio. L’esame stesso della bolla menzionata induce a ritenere che il castello del Poggio sia appunto l’odierno Poggio. Nella bolla di Sisto IV, con la quale nel 1474 egli concede al nepote Giovanni della Rovere la signoria su Senigallia e sul vicariato di Mondavio, vengono nominati i seguenti luoghi: Orciano, Poggio (Podii), San Giorgio, Piagge, Cerasa, Monte Maggiore, Rupoli, Villa Cavallara, Monterado, Sant’Andrea, Fratte, Reforzato, Barchi, San Vito, Montirolo, Turricella, San Costanzo, Montesecco, Mondolfo, Scapezzano, Roncitelli, Tomba (Castel Colonna) e Ripe; sono omessi Montalfoglio, Monteporzio e Castelvecchio, perché soggetti alla signoria dei Montevecchio.
Monteporzio non ha nulla a che vedere con il vicariato di Mondavio; ci sarà qui il «vicario» ma sarà il vicario dei Montevecchio. Similmente con le vicende di Fano, a parte il fatto che i conti di Montevecchio, pur abitando molti mesi dell’anno a Monteporzio, tenevano a Fano la loro abituale residenza ed erano iscritti a quella nobiltà cittadina. Si è già accennato nel capitolo VIII che alla morte del conte Ippolito nell’anno 1647 Montevecchio passò direttamente al dominio della Chiesa ma che ai conti di Montevecchio erano rimasti i castelli di Miralbello e di Monteporzio. In questa signoria si svolgono le vicende di Monteporzio, completamente disattese, ignorate ed  implicitamente contraddette  dal  Locchi:  sono  le  vicende  di  oltre  tre  secoli  di  un piccolo «Stato». Sopravviverà questo Stato fino a Napoleone, come si dirà più avanti, analogamente a Genga e Frontone.
Questa signoria aveva i suoi regolamenti, i suoi statuti. La Marchesa Laura di Montevecchio Almerici pubblica alcuni documenti della giurisdizione feudale2. Qui si riproduce anche il seguente documento: «Li Conti di Monte Vecchio, Monte Portio e Mirabello. Dovendo Noi provedere la Compagnia delle  Militie  di  Monte  Portio  e  Miralbello  di  Capitano  esperto,  fedele,   e diligente; et essendo informati che nel Sigr. Malagige Brunori le predette qualità concorrono, volontieri ci siamo indotti ad honorarlo del sudetto carico, si come facciamo, eleggendolo in virtù di questa nostra lettera patente, costituendolo, e deputandolo a nostro beneplacito Capitano della sudetta Compagnia con gli honori, pesi, facoltà, e privilegi soliti a godersi da simili Uffiziali. Commandiamo però a chiunque spetta, che per tale l’accettino e riconoschino sotto pena della nostra disgratia, et altre de nostro arbitrio, et in fede etc. Data in Fano li. XXI. di Gennaro. MDCLV». Seguono le firme autografe «Francesco Maria-Annibale di Montevecchio» e «Benedetto Fermani secretario».
Qui si dà l’indicazione per ulteriori studi, a maggiore conoscenza delle vicende storiche e della vita sociale, economica e religiosa in quei secoli, nella ricerca presso l’archivio dei Montevecchio. Ma anche nell’archivio comunale di Monteporzio  sono conservati interessanti  documenti, raccolti in un  fascicolo «Frammenti di Processi vari anni» dal sec. XVI al XIX. Per qualche esempio, si ricorda la questione sorta tra i fratelli Guidi Gabriele e Domenico per l’eredità del loro padre Andrea di San Costanzo in un documento datato 27 febbraio 1775. Il 6 marzo 1801 si ricorda ancora Domenico Guidi detto il «Sergente». Il 26 agosto 1770 si richiama una querela di Antonio Galli e Biagio Bedinotti contro Andrea Renzi detto il «Bravo», che in una partita di bocce «di una foglietta» aveva scagliato una boccia, aggredito il Galli. Il Renzi, inquisito, condannato e carcerato, poi liberato supplica i signori conti per non essere esiliato. Il fascicolo raccoglie vari atti dei conti, attestati, come quello del 2 novembre 1733 del cerusico Mauro Antonio Pongetti…
Dopo oltre un secolo dall’arrivo dei Montevecchio il numero della popolazione era salito a circa 200, quando verso la fine del Cinquecento si era reso necessario, come si è già accennato, l’ingrandimento della chiesa pievanale5. Nel Settecento viene compilato in tutte le parrocchie della diocesi di Senigallia, precisamente nel 1769 al tempo del vescovo Ippolito De Rossi, uno stato d’anime assai esatto, con la indicazione delle famiglie, dei componenti di essa distinti per età e sesso. Allo scopo pastorale viene qui notato il conferimento dei sacramenti: a parte il battesimo evidentemente sottinteso, di ogni  persona  si  rileva  se  cresimata,  confessata  e  comunicata6.  È  facile  la supposizione di mancanza di sincerità e di spontaneità nel caso. Tuttavia non si deve fare l’affermazione a priori di tale mancanza; del resto fino ai nostri giorni, cioè a un secolo dalla cessazione di certe disposizioni o, che dir si voglia sia pure impropriamente, imposizioni, la frequenza ai sacramenti è pressoché plenaria. Data l’usanza di allora di non ammettere alla prima comunione i ragazzi prima di 12 anni, è notevole il caso di alcune anticipazioni, come di Domenico Pierpaoli (n. 29) e di Teresa Francesconi (n. 331), rispettivamente di 10 e 7 anni.
Su questo Stato delle anime si possono fare rilievi assai interessanti sotto l’aspetto demografico e sociale in genere. Però alcuni di questi rilievi,  come sulla natalità, nuzialità e mortalità, si possono fare soltanto insieme con l’esame dei libri parrocchiali dei battesimi, dei matrimoni e dei morti. Qui l’interesse viene limitato ad alcuni prospetti generici sulla popolazione distinta nella campagna e nel castello, per famiglie, per età e sesso e sulla classificazione delle famiglie secondo il numero dei componenti.

a)Popolazione distinta in campagna e nel castello e per famiglie:
famiglie    popolazione
in campagna    40                 350
nel castello        59                222
totali                     99                572

b)Popolazione distinta per età e sesso:
anni    maschi    femmine    totali
1-6           33                 27            60
7-12        43                 42            85
13-20     46                 44            90
21-60    152             130         282
61-70       16                23            39
71-80         9                    4            13
oltre 80    2                     1
(totale popolazione)        572

c) Classificazione delle famiglie secondo il numero dei componenti:

Numero dei componenti    famiglie contadine    nel castello    totale
1                                                           –                                     7                   7
2                                                          2                                      8               10
3                                                          5                                    11              16
4                                                          2                                    16              18
5                                                          5                                       8              13
6                                                          5                                       4                9
7                                                            –                                        3               3
8                                                          4                                        1               5
9                                                          3                                         –                3
10-15                                                8                                        1               9
16-20                                                5                                         –               5
29                                                       1                                         –                1

Da questi dati si rileva come i contadini siano in numero nettamente superiore a quello dei paesani e che il numero delle famiglie e della popolazione in campagna sia inversamente proporzionale a quello delle famiglie e della popolazione nel paese: cioè sono più numerosi i contadini con minor numero di famiglie. Ciò è evidentemente dovuto alla diversa condizione socio-economica.
Per l’età media si rilevano questi dati:
in campagna    28,39%
nel castello    30,65%
in tutto il territorio    29,27
Anche qui la diversità di tipi di famiglie (con famiglia patriarcale contadina, dove i figli rimangono sposando) evidenzia la ragione della diversità dell’età media. Anche a prescindere dalle variazioni di fronte  ad altri periodi e dai dati sulla natalità, nuzialità e mortalità, questi dati sono già interessanti.

Una carta topografica, rinvenuta nel palazzo dell’amministrazione di Terni  (ex  palazzo  del  duca)  e  disegnata  nel  Settecento,  dal    titolo
«DISEGNO    DEL    CASTELLO    DI    MONTE    PORTIO», è fondamentale per lo studio sullo sviluppo del centro storico. Al centro  si nota il «Palazzo del Pubblico dove sta il Vicario» e che fino ai tempi recenti era sede del municipio. Contigua è la chiesuola, la «Chiesa dei Signori Conti», di cui si è già parlato nel capitolo IX. La carta, che qui viene riprodotta all’attenzione dei lettori, mostra i «tre palazzi» cioè le case di vari e numerosi conti, che si possono individuare nell’accluso albero genealogico.
Si notano la piazza pubblica, dove è tuttora, le strade pubbliche, particolarmente la «Strada pubblica che va verso il fiume», la quale scendeva subito dietro il tempietto della «Polissena» addossato alla casa dei Catalani (già dei Benni) e la «Strada pubblica che va verso Orciano» e portava alla pieve di Sant’Angelo isolata completamente. Intorno a questo tempietto si radunava il popolo ogni sera, al suono della campanella (che esiste tuttora), per la recita del santo Rosario, pratica fatta cessare dal sindaco Annibale Pinzani farmacista. Vi erano allora due osterie, una del conte Astorre nel sito della «locanda di Tullio» e l’altra del conte Pio. Stalle, forno, loggietta, case «de Particolari» (cioè di privati o concesse dai conti ai privati), fratta «che circonda il sito occupato dal Signor Conte Camillo nella Piazza publica» completano il centro storico, ben ordinato e provvisto, aperto e sereno senza preoccupazioni militari. Nel primo Ottocento, come si vedrà più avanti, saranno fabbricate le case della via Mazzini fino all’incrocio con via Pinzani (già via Forbiciai e detta «costa del pozzo»), un terzo di quelle di questa via e parte di quelle dietro i palazzi, con la chiesa parrocchiale sempre isolata.
Lo sviluppo del paese, come si è accennato, è dovuto alla scelta dei conti di Montevecchio, cui era assai gradito il soggiorno di  questo luogo, specialmente dalla seconda metà del Seicento, da quando cioè era stato tolto a loro il feudo originario del castello di Montevecchio. I  nomi dei conti, già nel capitolo IX ricordati nella costruzione della chiesuola e cioè Pompeo (Camillo) di Annibale e Rinaldo di Francesco Maria II della linea di Rodolfo si ritrovano ancora nella seguente iscrizione sotto l’orologio comunale insieme con Federico succeduto al padre Giuseppe di Camillo di Pierluigi II (= Guido): «Pompeius. Federicus. Rainaldus. / comites. Montis. Veteris. / ex cur An(no) D(omini) / MDCCXXXXIII».
Specialmente con il conte Pompeo Camillo Monteporzio era divenuto residenza abituale dei Montevecchio. Pompeo Camillo,  passato a seconde nozze con Maddalena, figlia del duca Isidoro Benedetti di Spoleto, dalla quale poi ebbe 12 figli, per soddisfare ai desideri di questa sua moglie aveva restaurato la sua villa di San Biagio presso Fano. Ma essendo quel luogo insidiato dai corsari, i conti si ritirarono nell’asilo sicuro della contea di Monteporzio.
Nel Settecento un nuovo impulso viene dato alla vita economica della contea con la concessione delle quattro fiere da parte del papa Clemente XIII in data 6 gennaio 1763, come dalla seguente Notificazione: «Si è degnata la Santità di N(ostro) S(ignore) Papa Clemente XIII felicemente regnante, con suo speciale Chirografo, in data dei 6 Gennaio 1763 di concedere al Castello di Monteporzio, di diretto dominio dell’Abbazia di S. Lorenzo in Campo, con Territorio separato, Feudo dei Signori Conti di Montevecchio, la facoltà di potere in esso fare ogni anno in perpetuo quattro pubbliche Fiere; cioè la prima il 28 Sett. e le altre negli ultimi tre mercoledì d’Ottobre con tutte le Libertà, Franchigie ed Esenzioni, che si godono in tutte le altre Fiere dello Stato Ecclesiastico, con di più l’Esenzione anco da quelle Gabelle Camerali, specialmente dell’Estrazione, alla quale non è soggetto detto Castello di Monteporzio. Sono perciò invitati tutti a concorrere nelle mentovate Fiere per prevalersi di simili Franchigie, con sicurezza di ricevere ogni più onesto e civile trattamento. Dato nel Palazzo di Monte Porzio…, Luglio 1763».
Per la maggiore conoscenza della vita economica del castello, specialmente in relazione alla produzione agricola, si segnalano i due volumi conservati nell’archivio comunale di Senigallia, nn. 821, 822 (acquistati recentemente): il primo è il Libro di Entrate, e d’Esito di Casa di Monteporzio dai 3 Dec. 1748, a tutto Maggio 1761 (al tempo del conte Giulio di Pompeo Camillo); l’altro il Libro Magazzeni in Monteporzio dell’Anno 1721, a tutto l’Anno 1733 (al tempo di Pompeo Camillo).
Corona il secolo felice del Settecento la costruzione del Palazzo Montevecchio, cioè quello del duca (a sinistra guardando l’orologio), opera dell’architetto arceviese Andrea Vici, discepolo del Vanvitelli.
La storia di Monteporzio è legata quasi fin dalle origini alla famiglia Gabrielli dei conti di Montevecchio. Fino al Quattrocento o ai primi del Cinquecento non si può parlare della esistenza di un vero  centro abitato, ma soltanto di una pieve cioè di una popolazione sparsa nel territorio e, se mai, raggruppata presso i vari castelli. Con i Montevecchio il paese ha in comune anche lo  stemma.
La famiglia Gabrielli, di cui i conti di Montevecchio sono un ramo, è tra le più nobili e antiche famiglie di Gubbio. A questa famiglia apparterrebbe la cristiana Eudossia, che nell’anno 290 avrebbe nascosto in casa sua il martire San Secondo. L’albero genealogico risale a Cante Gabrielli, protospatario e cognato di Alberico marchese di Toscana e che liberò nel 930 il papa Stefano VIII dalla oppressione di Ugo  di Arles, re d’Italia. Tra i membri più illustri si ricordano il beato Forte eremita di Fonte Avellana, morto il 9 maggio  1040,  e  Girolamo, che nel 1098 condusse gli Eugubini alla crociata sotto Goffredo di Buglione4. Sembra che fosse stato della stessa famiglia san Rodolfo, vescovo di Gubbio, che venne scelto da san Pier Damiani insieme con Teodosio, vescovo di Senigallia, censore delle sue opere5 e che  insieme con i fratelli maggiori Pietro e Giovanni e la madre Rozia aveva donato all’eremo di Fonte Avellana nel 1057 la villa di Camporeggiano con la chiesa, poi famoso monastero.
Nel sec. XIII la famiglia Gabrielli si divide in tre rami, dai tre figli di Gabriele di Ermanno I: Pietro, Ermanno II e   Ubertino.
Il ramo di Pietro si afferma in Gubbio, di fazione guelfa: da esso discende, tra gli altri, Cante Gabrielli, che nel 1302 firma, come podestà di Firenze, la condanna all’esilio di Dante Alighieri. Il ramo si estingue nel Settecento.
Il ramo di Ubertino dirama a Scapezzano e poi a Senigallia: i Gabrielli, nobili senigalliesi, di cui è noto il poeta Girolamo, imparentatisi con i Mastai, si estinguono nel  Settecento.
Il ramo di Ermanno II ottiene il feudo di Montevecchio (comune di Pergola), si afferma in grande parte della valle del Cesano e viene ascritto alla nobiltà di Fano. Pietro, figlio di Ermanno II, è     il primo ad assumere il titolo de Monte Vetulo; così in seguito i discendenti continuano, secondo l’uso longobardo, a chiamarsi  dal  nome del feudo, lasciando poco a poco il nome   primitivo.
Da Pietro «di Montevecchio» nasce Ermanno III o Nuccio o Rainuccio. Con i figli di Nuccio iniziano o si affermano le fortune dei Montevecchio, militari con Cante ed ecclesiastiche con Pietro, che, monaco, prende il nome di Monaldo e diviene abate di San Lorenzo in Campo. Cante ha nove figli, di cui cinque maschi: Masio o Maggio, Pietro, Monaldino, Francesco, Nucciolo. Masio è un famoso capitano e Compagno del signore Galeotto Malatesta. I suoi quattro fratelli sono i conti di Mirabello destinatari delle bolle di Bonifacio IX. Nucciolo, monaco, prende il nome di Ugo ed è l’abate di San Lorenzo in Campo che il 24 ottobre 1428, nella sua casa del castello di Montevecchio, concede a Guido, figlio del fratello Francesco, l’investitura sul poggio o castellare di Monteporzio con il suo fortilizio, sul castellare Vecchio (Castelvecchio), sul castellare di Berardo e sul castellare di Busicchio.
Questo documento, su cui si basa mezzo millennio della  nostra storia, precisa chiaramente i confini della concessione: i quattro lati definiti sono il fiume Cesano, il rio San Michele o Saletto (al confine con Mondavio e Orciano), la «serra» ossia lo schienale delle colline da Monte Cucco a San Giovanni (al confine con San Giorgio e San Costanzo), il Rio Maggiore, lati comprendenti tutto il territorio del comune di Monteporzio più parte di quelli di Monterado. Corrisposta è la consegna annuale nella festa del Natale di quattro porci del peso di trecento libbre ognuno e il versamento, all’atto della concessione, di cinquecento ducati. Questa concessione è fatta fino alla terza generazione in linea retta certa legittima mascolina finita, con la riserva da parte del monastero di «entrare, stare, dimorare, pascolare, uscire e tagliare la legna alta o bassa per edificare o riparare il monastero o le sue case». Il 28 ottobre 1429 lo strumento, redatto dallo stesso notaio del precedente, Ludovico di Giovanni di Pergola, è stato ratificato.
Ma subito iniziano le difficoltà dei Montevecchio per conservare questa investitura. L’anno seguente, 1429, i Malatesta attraversano un momento critico a causa della morte di Carlo, della legittimazione dei figli bastardi di Pandolfo III (Galeotto Roberto, Sigismondo Pandolfo e Domenico detto Malatesta Novello) e delle intenzioni di Martino V a favore dei Malatesta di Pesaro, con i quali il suo casato di Colonna si era imparentato. Nel 1430 i tre fratelli riescono a superare le difficoltà per  le loro investiture e se ne ricordano solenni festeggiamenti a Fano, dove il conte Guido era stato nel 1429 riconfermato reggente dai Malatesta. Sembra accertato dunque che in quell’anno, precisamente 1’8 novembre 1430, il conte può vedere risolta da una bolla di Martino V a suo favore la questione su Monteporzio, contro Guido di Niccolò, consanguineo dei Montefeltro12, che già aveva occupato San Vito e Montirolo, castelli quindi restituiti ai Montevecchio. Guido di Montevecchio muore nel novembre 1431 a Fano in difesa di Sigismondo Malatesta, assalito in una sommossa popolare, fomentata dai Malatesta di Pesaro, nel suo stesso palazzo.
Dopo questa morte ritornano le difficoltà e le incertezze, specialmente per le vicende di Francesco Sforza, che nel 1433 occupa San Lorenzo in Campo, rioccupato poi da Sigismondo Malatesta nel 1439. Forse per  tali incerte vicende i Montevecchio trascurano di versare il canone annuo e vengono meno alle clausole del contratto, per cui  Monteporzio, Castelvecchio e gli altri castelli ritornano al dominio diretto del monastero. Ma intanto si afferma la potenza di Sigismondo e con questa quella dei suoi capitani Luigi Seniore e Roberto o Ramberto di Montevecchio, figli di Guido. Così il vecchio abate Ugo può rinnovare l’investituta di Monteporzio con il suo territorio negli stessi confini della prima a questi suoi pronipoti il 25 novembre 1455 per il versamento di trecento ducati d’oro e per la pensione annua di una candela di cera da una libbra nel giorno della festa di san Lorenzo di agosto.
I due fratelli Ramberto e Luigi, rimasti sempre in comune accordo, di cui il primo uno dei più famosi capitani di Sigismondo Malatesta e l’altro intitolato conte di Nidastore (comune di Arcevia e diocesi di Fossombrone) per aver cacciato da Arcevia Francesco Sforza, combattono nella famosa battaglia del Cesano. Sconfitti, corrono a difendere Montevecchio ma devono cedere di fronte alle forze preponderanti di Federico da Montefeltro e costretti  a  giurare fedeltà alla Chiesa. Riescono tuttavia a conservare i loro possedimenti, mantenendo buoni rapporti sia con i Montefeltro sia con i Malatesta.
Il potente cardinal Bessarione, quale abate commendatario di Fonte Avellana, continuando la vecchia questione, di cui si è già parlato nel capitolo precedente, rivendica grande parte del territorio della «corte di Monteporzio» alla sua abbazia e di fatti il 16 marzo 1465 a Viterbo concede l’enfiteusi a Ramberto e ai tre figli di Luigi Seniore e cioè Piergherardo, Giovanni Francesco e Prospero Piaggiolino e Pian della Stacciola, previo versamento di cinquecento ducati e per il canone annuo, nella festa di Sant’Albertino, di dieci soldi.
Due giorni prima, 14 marzo, il conte Ramberto, che dietro la minaccia della scomunica, aveva ceduto al cardinal Bessarione, si era premurato di ottenere la licenza del cardinal Oliva, abate di San  Lorenzo in Campo, per ricevere tale investitura.
Ma il possesso in società tra Ramberto ed i suoi nepoti non è più possibile e nella divisione a Ramberto tocca Castelvecchio con Piaggiolino e Pian della Stacciola e ai  tre  fratelli  Piergherardo, Giovanni Francesco e Prospero tocca Monteporzio e gli altri luoghi. Ramberto muore nel 1473, certamente prima del 31 gennaio 1475, quando il Cardinal Giuliano, abate commendatario di Fonte Avellana rinnova l’enfiteusi alla moglie Bianca per la parte  concessa  dal  cardinal Bessarione. Gli stessi tre fratelli, figli di Luigi Seniore, il 4 gennaio 1474 vengono creati dal papa Sisto IV  vicari  di  Montevecchio, conti di Miralbello e feudatari di San Lorenzo in Campo19.
I tre figli di Ramberto e cioè Guid’Antonio, Ottaviano e Roberto muoiono senza figli. Il conte Ottaviano vive più a lungo. Questi il 2 febbraio 1495 fa un testamento, in cui, tra l’altro, lascia al cugino Piergherardo il castello di San Lorenzo in Campo e «castrum Castri Veteris, nuncupatum vulgariter Castelvecchio», ai pronepoti Giulio e Prospero, figli del cugino Prospero, il castello di Montalfoglio e al pronepote Luigi Iuniore, figlio del cugino Piergherardo, il castello di Miralbello. Il conte Giulio, famoso capitano, amico del Tiziano che   ne fa il ritratto, senza prole lascia erede il fratello Prospero che a sua volta è senza prole maschile21. Continua il casato Luigi Iunione con i due suoi figli Rodolfo e Roberto di cui si ricordano i discendenti fino  ad oggi. Questo Luigi viene fatto decapitare a Cagli dal  Duca  Valentino nel 1503.
Il conte Ottaviano muore tra il 3 marzo 1510, dopo aver fatto un secondo testamento23, e il 23 ottobre dello stesso anno quando il cardinale Sisto della Rovere investe Francesco Maria I duca di Urbino dei beni già posseduti in enfiteusi dal defunto conte e cioè di Castelvecchio con i castellari «Gherardi Berardi e Buticchi» e con il Pian della Stacciola. Ma tale concessione viene  annullata  con  il  breve di Leone X in data da Malliano del 29 aprile 1520 e diretto ai conti Francesco (fratello di Luigi iuniore che era stato ucciso) e ai fratelli Giulio e Prospero di  Prospero.
Il breve di Leone X era la conclusione della causa affidata al legato della Marca d’Ancona Francesco Armellino dei Medici, durante  la quale i beni contesi erano stati concessi a  Bonifacio  Fittello  di  Arcevia e a Pietro Antonio dei Guidalotti di   Urbino.
Nel 1534 Castelvecchio e Pian della Stacciola vengono concessi dall’abate di San Lorenzo in Campo al duca della Rovere di   Urbino.
Il 21 agosto 1542 Paolo III con un breve diretto a Rodolfo e a Roberto, figli di Luigi iuniore, conferma le bolle a favore dei Montevecchio concesse dai papi Bonifacio IX, Sisto IV e Giulio Il27. Gli stessi fratelli il 16 ottobre 1557 da Marco  Vigerio  (II)  della  Rovere vescovo di Senigallia e  amministratore perpetuo dell’abbazia    di San Lorenzo in Campo e suo nepote vescovo coadiutore e commendatario perpetuo della stessa Urbano Vigerio, che  poi  nel 1560 succederà nell’episcopato senigalliese, sono confermati nel possesso di Monteporzio «con la torre e  fortilizio»28.
Avendo il nuovo abate commendatario di San Lorenzo in Campo negato la rinnovazione della investitura su Monteporzio nel 1578 per   il tempo finita, un breve di Gregorio XIII del 9 ottobre 1584 e una bolla di Sisto V del 29 ottobre 1585 confermano tale investitura ai  conte Ercole, Federico, Camillo, Pierluigi e  Roberto.
Come si vede in queste vicende, Monteporzio fin dal 1428, con  brevi parentesi nei primi anni e al tempo di Francesco Sforza, rimane sempre nel possesso dei Montevecchio, diversamente da Castelvecchio, Piaggiolino e Pian della Stacciola. Il 7 agosto 1649 Castelvecchio viene venduto da Vittoria della Rovere, figlia di Francesco Maria II, ai principi Barberini30. La questione tra Fonte Avellana e San Lorenzo in Campo si acuisce specialmente dopo che i beni dell’eremo erano passati   al Collegio Germanico di Roma. Nel 1692 i Barberini entrano in possesso definitivo di Castelvecchio, così che quasi tutto il territorio a sinistra del Cesano da Ponte Rio al confine con Mondavio e Orciano arriva ai nostri giorni diviso in tre parti: il territorio parrocchiale di Monteporzio ai Montevecchio, quello di Castelvecchio ai Barberini e quello a sinistra del comune e parrocchia di Monterado al Collegio Germanico, che copo le vicende dell’Appannaggio napoleonico passerà ai Barberini.
Con la morte del conte Ippolito nell’anno 1647 il castello di Montevecchio passa al dominio diretto della Santa Sede ed ai conti   di Montevecchio rimangono soltanto i castelli di Miralbello e di Monteporzio, pur ritenendo essi il titolo di Montalfoglio, San  Lorenzo in Campo e Nidastore. Astorre, figlio di  Ippolito,  sposando Costanza, figlia del marchese Luigi Zerbinati, aggiunge per sé e anche per i discendenti  in  linea  indiretta  il titolo di marchese, titolo che i cugini eredi vendono al cardinale Federico Spada Veralli.
Il conte Giulio di Pompeo Camillo, quello stesso che fa costruire a Fano dal Vanvitelli il grandioso palazzo, diviene per testamento del 9 giugno 1746 erede universale del conte Pietro Martinozzi,  suo prozio, con l’obbligo di assumerne l’arma e il casato33 ed il figlio  Ermanno, educato al seminario romano, diviene per breve di Pio VII in data 27 aprile 1804 duca di Ferentillo (presso Spoleto) e principe di Umbriano del Precetto34. Dal duca  Ermanno  I nasce  a Monteporzio  il 9    novembre 1780 Giulio, celebre agronomo e amico del Foscolo, di cui si conservano lettere nell’archivio di famiglia.

DA NAPOLEONE FINO A VITTORIO EMANUELE II
(Anni 1797-1860)

Gli effetti della rivoluzione francese, che hanno cambiato la storia del mondo, non tardarono a raggiungere l’Italia, le Marche e, direttamente e radicalmente, i nostri castelli.
Napoleone Bonaparte entra in Pesaro il 5 febbraio 1797 e vi rimane fino al giorno 8, dando ordine a tutti i comuni di inviare una propria rappresentanza per il giuramento di fedeltà alla Repubblica francese. La sera del 9 arriva a Senigallia e ne riparte il mattino seguente; il giorno 19 firma la pace di Tolentino. Ma i soldati francesi si trattengono nelle Marche fino all’aprile.
La loro presenza è malvista universalmente dal popolo e contrastata anche con aperte ribellioni non raramente sanguinose, come a San Lorenzo in Campo, Mondolfo e Monterado1. Scrive il Nicoletti: «(…) si conosceva già fin troppo che fossero mai quella libertà, quella uguaglianza che ci venivano d’oltr’Alpe sulla punta di mille e mille  spade: profanazione di templi, taglie e balzelli insopportabili a tutto beneficio di altro popolo, prepotenze senza numero, ruberie da non dirsi. Quella libertà e quella uguaglianza le si conosceva a meraviglia»2.
Un anonimo, testimone degli avvenimenti, registra in un  manoscritto i fatti di San Lorenzo in Campo3. Qui si uniscono i  rivoltosi in gran numero, prendendo occasione dall’ordine della Amministrazione Centrale di Pesaro di requisire tutte le armi. Tra San Lorenzo in Campo, San Vito, Montalfoglio, Sant’Andrea, Castelleone e Montesecco si firma un patto di combattere uniti contro i Francesi. Assente,  come  si  vede,  è  Monteporzio.  Alla  notizia  della     rivolta, intervengono le truppe repubblicane, ma i rivoltosi, ben organizzati, al grido di Viva Gesù – Viva Maria – Viva il Papa infliggono una grave sconfitta ai circa mille soldati francesi, che sono costretti a ritirarsi lasciando sul luogo, verso Ponte Rotto, molti morti e feriti. È il 6 marzo di quell’anno 1797. Un corpo di truppe francesi si ferma a Monteporzio in attesa di rinforzi da parte del Goisson, comandante della piazza di Senigallia, che doveva riportare ordine nei paesi sollevati. Ma l’azione non ha seguito, perché il 10 marzo quattro deputati di San Lorenzo si recano a Senigallia per sottoscrivere una dichiarazione di sottomissione. La pace di Tolentino dura poco. Truppe russo-turche e austriache devastano i nostri luoghi. Si ricordano particolarmente le stravaganze dei Russi a Mondolfo4. Armatori inglesi predano le nostre spiagge. Nel 1805 ritorna il dominio francese e nel 1808 le Marche vengono annesse al Regno Italico. Il 12 febbraio viene alzato il tricolore francese in Ancona, sede dei tre Dipartimenti, nei quali sono divise le Marche: il Dipartimento        del    Metauro,    il        Dipartimento    del    Musone    e    il Dipartimento del Tronto. Monteporzio con Castelvecchio entra a far parte del «Regno d’Italia – Dipartimento del Metauro – Distretto e Cantone di Sinigaglia». Si rilevano qui due fatti fondamentali per la nostra storia: il primo è la soppressione del feudo dei Montevecchio, l’altro la unione di Monteporzio e Castelvecchio. La fine del feudo è di fatto definitiva, perché esso risorge col ritorno del governo pontificio nel 1815, ma soltanto per pochi mesi, come si vedrà qui avanti. In genere la formula per indicare la unione di Monteporzio e Castelvecchio è «Monteporzio con Castelvecchio»; anche nei documenti ufficiali si trova «Castelvecchio aggregato» a Monteporzio. Però ciò si deve intendere di Castelvecchio in senso autonomo: per questo da tempo il paese manifestava di staccarsi da Mondolfo, oltre che per le difficoltà della lontananza5. Nel 1809 «Ermanno di Montevecchio (è) Consigliere    autorizzato    del        Comune    di    Monteporzio con Castelvecchio». Nel marzo 1810 don Giovanni de Santi è «Procuratore del Signor Antonio di Montevecchio Presidente del Consiglio». Il 1 ottobre di quell’anno si accetta la perizia per un cimitero comune ai due «comunelli». Il seguente 18 ottobre è sindaco Giacomo Beliardi, quando in «rimpiazzo» al signor Antonio di Montevecchio «defonto» sono eletti il signor Rinaldo di Montevecchio e Pelinga Piermaria.
Con il ritorno di Pio VII a Roma e dopo la sfortunato tentativo di Gioacchino Murat, fallito il 31 maggio 1815, con la restaurazione del governo pontificio si ripristina la giurisdizione feudale dei conti di Montevecchio a Monteporzio, ma per pochi mesi, perché la soppressione viene confermata definitivamente con il Motu proprio di  Pio VII «Quando per ammirabile disposizione» del 6 luglio 1816 per  la «Reformatio publicae administrationis et tribunalium ditionis pontificiae»7, definito dal Marcolini «bel monumento di sapienza civile»8. Nel Riparto dei Governi del 1817 Monteporzio è comune unito al Governo di Mondavio nel Distretto di Sinigaglia, mentre Castelvecchio ritorna appodiato di Mondolfo9. Infine nel Motu proprio sull’amministrazione pubblica del 1827 Monteporzio, sempre unito al Governo di Mondavio nel Distretto di Sinigaglia è comune con Castelvecchio appodiato.Dall’anno 1827 si registra una certa regolarità negli atti dell’archivio del comune di Monteporzio con Castelvecchio appodiato, ma che aveva il proprio sindaco, nella Delegazione di Urbino e Pesaro.

Anni 1829-1830:
GIROLAMO FRONZI podestà NICCOLA POLVERARI priore comunale
SANTE MONTANARI sindaco di Castelvecchio.

Nel  1833  si  hanno  molti  atti  per  «l’ultimazione  della       chiesa parrocchiale di Castelvecchio. Già a Mondolfo nel consiglio del 28 giugno 1827 erano stati stanziati per la stessa chiesa 300 scudi12.
Negli anni 1832-1833 è sindaco di Castelvecchio Antonio Boccolucci.
Nel 1834 ritorna sindaco di Castelvecchio Sante Montanari, con Giovanni Guidi priore comunale.
Anni 1836-1837:
DI MONTEVECCHIO conte don GIULIO duca Benedetti priore MONTANARI SANTE sindaco di Castelvecchio.
Anni 1838-1841:
lo stesso conte GIULIO priore
ANDREA FABBRI sindaco di Castelvecchio.
Anni 1842-1845:
lo stesso conte GIULIO priore
PATERNIANO MAGINI sindaco di Castelvecchio.
Anni 1846-1847:
NICOLA POLVERARI priore
ANTONIO BOCCOLUCCI sindaco di Castelvecchio
Anno 1848:
conte ERMANNO DI MONTEVECCHIO priore GIROLAMO FABBRI sindaco di Castelvecchio.
Anni 1849-1850 con il ritorno del governo pontificio dopo le vicende della Repubblica Romana: Commissione provvisoria con FRANCESCO DI MONTEVECCHIO presidente
TAUSSI BIAGIO GUIDI DOMENICO
FABBRI GIROLAMO sindaco di Castelvecchio14
Anni 1851-1853:
TAUSSI BIAGIO priore
BRONZINI GIUSEPPE sindaco di Castelvecchio.
Anni 1853-1854:
GIOACCHINO PINZANI priore
GIUSEPPE BRONZINI sindaco di Castelvecchio.
Anni 1855-1860:
conte ERMANNO DI MONTEVECCHIO duca Benedetti priore ANTONIO PAOLINI sindaco di Castelvecchio15.

Al 6 agosto 1860 con l’annessione al Regno d’Italia si avrà la Giunta Provvisoria di Governo.
Da quanto sopra si nota che i conti di Montevecchio, pur avendo perduto il feudo, rimangono a Monteporzio spesso alla carica principale del comune; inoltre sempre qualcuno di essi è nel consiglio. È noto che essi si siano adoperati per l’Italia unita; se ne ricordano qui particolarmente due: Rodolfo di Antonio e Annibale di Giulio.
Rodolfo conte di Montevecchio, nato il 15 marzo 1802 a Fano da Antonio e da Barbara Richelmi dei conti di Boyl di Torino, perde il padre, che aveva militato sotto Amedeo III di Savoia, nell’aprile 1810, come già sopra detto, essendo stato questi nella carica di presidente del Consiglio comunale di Monteporzio16. La vedova Richelmi lo invia agli studi presso il seminario di Senigallia, quindi in quello di Pesaro ed infine all’Accademia Militare di Torino, ove egli si reca nel 1816, cioè all’età di 14 anni, accompagnato dal fratello Giuseppe. Si distingue per intelligenza e disciplina, segue Carlo Alberto nelle fasi del  riordinamento militare, viene eletto capitano del Reggimento Piemonte- Reale e quindi nel 1844 ottiene il grado di colonnello. Per le prove da  lui date nella guerra del 1848 viene decorato da Carlo Alberto a Vigevano della croce del militare ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro (della quale onorificenza era stato insignito anche il padre Antonio). Per la spedizione in Crimea, decretata da Vittorio Emanuele Il, viene scelto a comandante della IV brigata. A sostegno della divisione Trotti lancia dalle alture della Cernaia le sue truppe, cade da cavallo con il petto squarciato. Il generale La Marmora in una lettera ad un amico scrive di lui: «Ho da lodarmi di tutti in generale ed in particolare di Trotti, di Mollard e del bravo Montevecchio, che, ferito, credendosi di morire, edificò tutti gli astanti per la sua fermezza e per i nobili e generosi sentimenti spiegati. Abbiamo qualche speranza di salvarlo»17. Invece poco dopo il coraggioso Maggiore Generale muore il 2 ottobre 1855.
Annibale di Giulio, conte di Montevecchio, di Mirabello, di Monteporzio, conte Martinozzi, tra i più distinti nobili fanesi, dalla prima giovinezza si era dato alla causa della unità d’Italia. «Questi prese parte attivissima ai moti del 1848. In Bologna, Volontario, fu Capitano di Cavalleria e combatté nel Veneto. Poscia ricercato dagli Austriaci dovette esulare in Toscana, ove guidò e mantenne un manipolo di emigrati. Ritornato in patria fu prigioniero nella fortezza di Pesaro. La lealtà del suo animo, la fierezza del suo carattere, impressionarono talmente i suoi persecutori, che loro malgrado, dovettero porlo in libertà»18. Si distinse particolarmente negli anni intorno all’annessione delle Marche al Regno d’Italia di Vittorio Emanuele II. Il 17 giugno 1859 viene nominato membro della Giunta provvisoria di governo a Fano insieme con il conte Camillo Marcolini, Gabriele Angelo Gabrielli e il dottor Girolamo Civilotti. Nello stesso giorno firma il proclama  della Giunta provvisoria di governo per la città di Fano e distretto al popolo fanese. Sempre nello stesso giorno insieme con gli altri membri della Giunta provvisoria fa «atto di formale adesione al nuovo ordine di cose istituito in Bologna dalla Giunta provvisoria di governo, e pregano perché a nome anche di questa città sia offerta la Dittatura al  Re Vittorio Emanuele II». Nell’assemblea del Comitato nazionale di Fano del 28 febbraio 1861 viene dichiarato «benemerito» di Fano e della Nazione. È il primo sindaco di Fano per molti anni e deputato provinciale quasi fino alla morte. Il 15 gennaio 1860 aveva firmato anche l’indirizzo da parte degli emigrati marchigiani ed umbri a Napoleone III, insieme con molti altri, tra i quali Augusto Matteucci di Senigallia ed i corinaldesi Vincenzo Cesarini, Bartolomeo dottor Cesarini e Francesco Turris19.
Si conservano nell’archivio statale di Pesaro le «copie delle mappe originali di Monteporzio comune di Monteporzio e di Castelvecchio appodiato di Mondolfo»20 nella «Provincia d’Urbino – Delegazione d’Urbino e Pesaro» del «Governo di Mondavio» (Monteporzio) e del «Governo di Mondolfo» (Castelvecchio). Sono capolavori di perfezione tecnica, tenendo anche presenti le difficili circostanze dell’anno 1825, quando queste carte vennero disegnate e dipinte. Saranno esse base di tutti gli aggiornamenti fatti nel Regno d’Italia fino al Novecento inoltrato.
Il borgo di Monteporzio si è allungato fino alla metà dell’attuale via Mazzini, lasciando sempre lontana isolata la pieve. Si è formato parzialmente un lato della via Ermanno Pinzani (già via dei forbiciai, detta volgarmente la «costa del pozzo»). Si noti l’arco che unisce i palazzi e le prime case dietro l’ex sede municipale.
Anche di Castelvecchio si ha il borgo originario, sorto dalla parte nord del castello Barberini e parzialmente dalla parte sud. Distaccata è la chiesa parrocchiale di Sant’Antonio. Verso il fiume si indica la località detta «Pieve» forse riferita al fondo di proprietà della parrocchia; verso nord, dietro la chiesa, la direzione della chiesa del Crocifisso.
Un accenno è necessario sul Consorzio dei comuni per la strada di San Costanzo, da Orciano al Ponte sul Metauro, sia perché gli atti originali sono conservati nell’archivio comunale di Monteporzio, da cui vennero pubblicati, sia perché in essi si nota la presenza di nuove famiglie monteporziesi, Pinzani e Benni, che ebbero poi personalità illustri, quali Ermanno Pinzani rettore magnifico della Università di  Pisa, cui è dedicata una via, e il generale dei carabinieri Giovanni Benni, sepolto nel nostro cimitero.
Su una istanza a nome dei comuni presentata il 3 ottobre 1852, il Consiglio Provinciale della Delegazione pontificia di Pesaro con  delibera del 26 aprile 1854 costituisce il «Consorzio della strada che  dalla Provinciale di Orciano conducesse nella Corriera Flaminia Lauretana presso il ponte nel fiume Metauro». La predetta istanza era firmata da 10 priori comunali e 3 sindaci di appodiati, cioè da un terzo della famiglia consortile. Gli altri comuni e appodiati si oppongono sia  al consorzio stesso sia in particolare al contributo della spesa. In una lettera al Delegato, firmata dal sindaco di Monteporzio Odoardo Montanari, in data 11 settembre 1859, si insiste sulle ragioni contrarie: Monteporzio non è affatto interessato alla strada, anzi ci perde  in vitalità commerciale. La questione si protrae a dopo l’avvento del Regno d’Itala. Nell’adunanza dei Comuni del Consorzio di San Costanzo del 6 luglio 1862 viene eletto a Presidente della Deputazione incaricata per le spese, per l’esonero dei comuni non utenti e per la riduzione del progetto il Delegato di Monteporzio «Di Montevecchio conte Rinaldo»; segretario ne è il segretario Benni. Un Decreto del Prefetto del 15 aprile 1865 costituisce un nuovo Consorzio restringendolo ai soli comuni di San Costanzo, Piagge, San Giorgio, Orciano di Pesaro, Fano, Mondolfo, Mondavio, Barchi e Monte Maggiore. Infine con Regio Decreto del 15 aprile 1865 Vittorio Emanuele II revoca il Decreto Prefettizio, ma i comuni avversi al Consorzio continuano le  opposizioni. Delegato di Monteporzio nell’Adunanza dei Comuni componenti il Consorzio per la strada di San Costanzo, tenutasi  a Pesaro il 15 gennaio 1868, è Pinzani Annibale, il quale nella votazione viene chiamato alla carica di membro del Consiglio di Amministrazione nella effettuazione del Regio Decreto.

NEL REGNO E NELLA REPUBBLICA D’ITALIA UNITA
(Dai 16, 17 settembre 1860 al presente)
L’annessione di Monteporzio avviene il 16 settembre 1860 e quella  di Castelvecchio il giorno seguente.
«La mattina del 16 (giugno 1860) Fano per prima, Pergola e Fossombrone subito con lei, e nel giro di 24 ore Senigallia, Urbino, Cagli, e quante terre e castella ha la Provincia abbattevano gli stemmi papali e salutavano il tricolore, acclamando Vittorio Emanuele»1. Tra queste «terre e castella» Monteporzio e Castelvecchio si nominano i membri per la Giunta Provvisoria Municipale. A Monteporzio sono chiamati i seguenti: conte Francesco di Montevecchio, Domenico Paolini e Michele Cattalani; a Castelvecchio: Magini Francesco, Montanari Odoardo e Bronzini Ercole.
L’annessione avviene in giorni distinti e luoghi distinti: il 16 settembre a Monteporzio ed il 17 a Castelvecchio. Alle ore 5 pomeridiane la popolazione si raduna al comune di Monteporzio e alle ore 9 antimeridiane del giorno seguente al comune di Castelvecchio, dove   le   rispettive   Giunte   Provvisorie   Municipali   dichiararono di «aderire pienamente al provvido Governo che va ad inaugurarsi sotto il glorioso nome dell’encomiato Monarca, sono stati immediatamente insediati ed hanno preso possesso del loro officio col pubblico plauso»2. Luigi Tanari è il Commissario Regio per la provincia di Urbino e Pesaro.
Nella Giunta Provvisoria di Governo del circondario di Mondavio è membro anche Montevecchio conte Francesco.
Gli atti citati dell’annessione, distinti per Monterporzio e Castelvecchio, sono gli ultimi a testimoniare l’autonomia di Castelvecchio. Nel Regno d’Italia non ci sono incertezze e questo paese rimane sempre «frazione».
Questa è la serie dei sindaci del Regno prima e della Repubblica poi, con la parentesi dei «podestà» sotto il regime fascista.

Anni
1861                  MONTANARI ODOARDO
1868                  FABBRI GIROLAMO
1870-1873    PINZANI ANNIBALE
1874-1877    ORAZIO marchese avvocato LATONI.
1878-1881
Gioacchino Pinzani ff
Tommaso Polverari ff
conte Astorre di Montevecchio assessore

Anni
1882-1889    conte ASTORRE DI MONTEVECCHIO  duca BENEDETTI
1889-1890    GIOACCHINO PINZANI
1890-1902    ANNIBALE PINZANI
1902-1909    DOMENICO PATRIGNANI
1910-1919    LINO MORICI, che nel 1919 è dimissionario 1919-1920    FRANCESCO BARBARESI
1921-1925    CESARE CANUTI
Nell’aprile 1925 viene il Commissario Prefettizio il dottor Giovanni Pompei; poi nel gennaio 1927 il generale Emilio Valentini. Guidi Antonio è delegato all’ufficio civile prima come delegato del Commissario poi del «Podestà».
1926        CESARE CANUTI «Podestà».
Nell’ottobre ritorna il Commissario Prefettizio Emilio Valentini.
1927-1928    GUALFREDO    DI    MONTEVECCHIO
1929        CESARE CANUTI Podestà
Nell’ottobre ritorna il Commissario Prefettizio.
1930-1937        ALFEO CERIOLI Podestà dopo pochi  mesi di Commissario Prefettizio.
1937-1944    UMBERTO DE MARCHI. Dal settembre  1927 a tutto il 1938 è Commissario Prefettizio; poi Podestà. L’ultima delibera del Podestà De Marchi è del 12 febbraio 1944.
1944        RAFFAELE    RAGNETTI.    Nel    marzo    è Commissario Prefettizio, nel settembre«  Sindaco
1944-1945    MARIO CARLONI Sindaco
1945-1946    BRUNO TESTAGUZZA Sindaco
1946 aprile     BENTIVOGLIO FRATTINI Sindaco
1951 giugno     VINCENZO MANCINI Sindaco 1956 giugno 9    UMBERTO DE MARCHI Sindaco 1960 novembre 19    EDO TOMASETTI Sindaco
1964 dicembre     ARMANDO FISCALETTI Sindaco
1970 giugno     LUIGINO BARBARESI Sindaco
1975 luglio     CAPOTONDI SANDRO Sindaco

L’elenco fa intravvedere gli avvenimenti accaduti in quegli anni. Al principio del secolo entra attivamente il movimento popolare nella pubblica amministrazione: il sindaco Domenico Patrignani è anche il primo presidente del circolo cattolico San Filippo Neri. La vicenda delle cariche di primo cittadino negli anni 1921-1926 prova il tormentato avvento del fascismo. I podestà Canuti e Cerioli lasciano un ricordo di buona amministrazione: al Cerioli particolarmente si deve il riordinamento della piazza principale del paese. Gli anni del De Marchi, prima podestà e poi sindaco, caso forse più unico che raro, dimostrano  i tempi difficili. Con la Repubblica, nell’alternarsi, con le nuove leggi, delle amministrazioni ora cattoliche ora di sinistra si sta sviluppando il nuovo Monteporzio ed il nuovo Castelvecchio, di cui è chiara prova lo sviluppo urbanistico dei due centri abitati.
Tale sviluppo urbanistico è in relazione ai cambiamenti sulle attività economiche e sulla popolazione.
Le fiere sono continuate fino al presente. L’avvento del Regno d’Italia aveva così confermato e variato i decreti pontifici:
Vittorio Emanuele II per grazia di Dio e per volontà della Nazione Re d’Italia. – Sulla proposizione del Ministro d’Agricoltura, Industria e Commercio abbiamo ordinato ed ordiniamo: Articolo 1°: Il Comune di Monteporzio, circondario di Pesaro, è autorizzato ad istituire quattro fiere, due nella frazione di Monteporzio e due in quella di Castelvecchio come segue. In Monteporzio: 1 Una fiera annua di merci e bestiame nel giorno 6 di Maggio, denominandola Fiera della Croce; 2 Simile nel giorno 21 Settembre denominandola Fiera di S. Matteo. – In Castelvecchio: 3 Simile nel giorno 20 di Marzo denominandola Fiera di S.Giuseppe; 4 Simile nel giorno 14 Giugno denominandola Fiera di S. Antonio. – Negli anni in cui alcuna delle suddette fiere venisse a coincidere con quelle dei comuni di Orciano e Mondolfo dovrà protrarsi al giorno successivo a quello stabilito. – Articolo 2°: Per ciascuna delle suddette quattro concessioni il Comune di Monte Porzio pagherà alla Finanza dello Stato la  tassa di scudi romani 10 fissata dall’art. 4 della circolare del Cardinale Camerlengo in data 26 Marzo 1824, e nel rimanente si uniformerà alle leggi e regolamenti in vigore non che a quelle disposizioni che venissero date nell’interesse dell’Agricoltura e del Commercio. – Il Ministro predetto è incaricato dell’esecuzione del presente Decreto che sarà registrato alla Corte di Conti. – Dato in Torino a dì 8 Giugno 1862. – Vittorio Emmanuele.
Al presente le fiere, che si tengono nei mercoledì di ottobre a Monteporzio, sono alquanto in declino, essendo molto cambiata la disponibilità    commerciale.    Nell’Ottocento    era    florida  l’industria artigianale delle forbici. Corre tuttora il detto «Forbici di Monteporzio e balsamo di Cantiano». Decine di famiglie vivevano con questa industria, forse la metà della popolazione del paese. I falegnami ed i muratori dovevano cercare gli operari forestieri, perché gran parte della mano d’opera era mobilitata dai forbiciai. Tale attività non poté resistere alla concorrenza delle macchine. Ne era il ricordo la «via dei forbiciai»  (detta ancora «costa del pozzo»), che ora si chiama «via Ermanno Pinzani», dall’illustre rettore magnifico della Università di Pisa. Si ricordano anche: gli ultimi forbiciai Nicola Testaguzza ed il figlio Umberto, l’ultimo venditore ambulante Antonio Polverari sacrista della pieve e l’imprenditore Agostino Gallina, avo del maestro Alberto Gallina, professore di organo al Conservatorio di Pesaro.

Un breve accenno, per la maggior conoscenza della identità della nostra popolazione, è necessario fare sulla presenza di Monteporzio e di Castelvecchio nel movimento cattolico diocesano. I due paesi qui sono stati pionieri del movimento. I circoli «San Filippo Neri» di  Monteporzio e «Sant’Antonio di Padova» di Castelvecchio sono i più antichi della diocesi. Don Antonio Paolini, pievano di Castelvecchio, è una personalità assai nota. Laureato in legge, aveva militato tra i socialisti. Fattosi sacerdote, i cattolici castelvecchiesi ottennero dal vescovo Tito Maria Cucchi che non fosse allontanato da Castelvecchio, dove venne eletto parroco. Fu candidato del Circolo San Paolino di Senigallia nelle elezioni provinciali del giugno 19074. Non meno zelante fu don Giovanni Cesari, parroco di Monteporzio, poi nel 1922 traslato arciprete di Arcevia. Fondò il Circolo San Filippo Neri, di cui la prima adunanza si tenne l’8 settembre 1900. L’Appendice 12  riporta l’adunanza del 25 marzo 1911 a prova della grande attività e vivacità di tale istituzione.
Si concludono queste memorie con uno sguardo allo sviluppo urbanistico dei due centri abitati, indice del movimento della popolazione e delle grandi trasformazioni sociali avvenute nell’ultimo decennio, specialmente nell’agricoltura e nella cultura. Il seguente prospetto urbanistico, che è poi uno sguardo riassuntivo del passato e preventivo del futuro, viene qui trascritto da un appunto dell’impiegato comunale, geometra Tommaso Testaguzza iunior, nipote  dell’omonimo, Tommaso Testaguzza senior, un pioniere della illuminazione elettrica, da lui portata, prima che in altre località, a Monteporzio, Castelvecchio e Fratterosa.
1948-1965.
Alcune sporadiche costruzioni di civile abitazione con due complessi artigianali: capoluogo Monteporzio il mobilificio Catria e frazione Castelvecchio la Fabbrica di serrande in plastica.
Cause principali di tale limitatezza:
1)    Il terreno nelle adiacenze dei due centri abitati era di proprietà di grandi proprietari terrieri e pertanto non vi era terreno disponibile sul mercato per costruzioni.
2)    Erano gli anni della grande emigrazione all’estero per mancanza di posti di lavoro e soprattutto di spopolamento delle campagne con emigrazione verso la costa del Marottese, del Fanese e del Senigalliese. La gente era completamente sfiduciata e non vedeva conveniente costruire una casa a Monteporzio e Castelvecchio.
1966-1968
In seguito alle ferme convinzioni ed agli sforzi di alcuni giovani tecnici del luogo e dell’amministrazione comunale, tendenti a rifondere fiducia nei cittadini e nei piccoli artigiani del luogo al fine di indurre a costruire a Monteporzio e Castelvecchio, si immettevano nel mercato a prezzi accessibili terreni destinati ad attività residenziali ed artigianali convenzionati con il comune a Monteporzio a sinistra del Viale Cante  di Montevecchio ed a Castelvecchio dietro il fabbricato delle scuole. Si iniziano così i primi fabbricati di civile abitazione ed artigianali.
1969-1970.
Dopo le prime costruzioni ed in base ai dettami della legge 765/1968 l’Amministrazione comunale ha sentito la necessità di far redigere un Programma di Fabbricazione al fine di suddividere il territorio in zone omogenee: centro storico – vecchi quartieri – zona di completamento e nuove terre di espansione residenziale, artigianale, industriale e zone per impianti pubblici. Detto Piano sia iniziale che nelle successive varianti, contrariamente alla legge, non è riuscito  a creare vere zone omogenee perché troppo condizionato nelle scelte a situazioni esistenti e ad interessi di piccoli artigiani o industriali locali, lasciando in secondo ordine la viabilità e il vero assetto urbanistico. Alla data odierna le ultime varianti del P. F. del 1978-1980 cercano soprattutto di ristrutturare e migliorare l’esistente con la previsione di grandi aree per impianti sportivi e attività culturali e dello spostamento dei complessi artigianali fuori dal centro abitato, individuando zone industriali ed artigianali ad una certa distanza dalla zona residenziale e migliorando la viabilità soprattutto urbana. Dette varianti pongono sin d’ora le premesse per far riscoprire ai due centri abitati la vocazione naturale. Alle amministrazioni future, ai tecnici del luogo, alla popolazione rimane il compito di migliorare ulteriormente l’assetto urbanistico per creare due centri storici al servizio comune e non abbandonati, di prevedere strade urbane della larghezza idonea, grandi parcheggi, grandi aree attrezzate a verde pubblico, di bloccare, come scelta urbanistica differenziandola dai centri più grandi quali Mondolfo, Marotta, Fano e Senigallia, l’edilizia in modo da fare fabbricati di piccole dimensioni con un massimo di quattro unità familiari con annessi giardino ed orto.
A tale visione urbanistica è legato il futuro di Monteporzio e Castelvecchio, la cui popolazione, pacifica e laboriosa, trovi qui residenza degna e conforme «all’aria soave, alle vaghe collinette, alle leggiadre pianure in vista del fiume Cesano», come ricordato dal Torri all’inizio di queste memorie.
Tratto da “Monte Porzio
e Castelvecchio nella storia” Mons. Alberto polverari

I NOSTRI CASTELLI INTORNO AL MILLE

CASTEL SAN PIETRO, CASTEL GIRARDO, MONTALPORCO,
MONTE CERREGNO E BUSICCHIO. CASTEL BERARDO E CASTELVECCHIO
I documenti, che fanno un pò di luce nei secoli bui dell’alto e basso evo medio per il nostro territorio, sono quelli stessi dei tre monasteri proprietari o possessori della maggior parte delle nostre terre e cioè: San Lorenzo in Campo, San Gervasio e Santa Maria in Portuno (Madonna del Piano).
L’abbazia di San Lorenzo in Campo 20, di cui Montalporco sarà un feudo, con l’iscrizione nella cripta di San Demetrio di Tessalonica, venerato dai militari greci, ci richiama al dominio bizantino della Pentapoli.
Il monastero di San Gervasio di Bulgaria ci richiama alla immigrazione dei Bulgari, di cui si ha il ricordo nella chiesa e nel castello di San Pietro dei Bulgari, il primo centro abitato noto nel nostro territorio.
L’abbazia di Santa Maria in Portuno, identificata con la Madonna del Piano nel territorio di Corinaldo, collega la nostra storia con l’insigne eremo di Santa Croce di Fonte Avellana, che poi con i beni della Madonna del Piano, unita ad essa nel sec. XII, troverà nei nostri luoghi, specialmente a Corinaldo e Monterado, la parte più ricca delle sue proprietà.
Di questi tre monasteri si hanno notizie su vari castelli, cui allude la ricordata iscrizione sulla distruzione di Suasa da parte di Alarico. Di questi castelli riguardano il territorio di Monteporzio: il Castel San Pietro dei Bulgari, il Castel Girardo, Montalporco, Monte Cerregno e Busicchio, siti nel territorio parrocchiale di Monteporzio; il Castel Berardo e Castelvecchio, siti nel territorio parrocchiale di Castelvecchio. Il castel San Pietro è ricordato nelle carte di San Lorenzo in Campo con la chiesa, il vico dei Bulgari, il fondo e la corte23: finora non è stato possibile identificarne l’ubicazione; dal sec. XII non se ne ha più traccia, mentre il riferimento alla «corte» di San Pietro potrebbe indurre alla identificazione con altri castelli.
Il nome di Castel Girardo o di Bono di Girardo ricorre frequentemente nelle carte di Fonte Avellana e di San Gaudenzio. Il nome della persona «Girardo» si ripete anche nel sec. XIV. Il più antico dovrebbe ritenersi il padre di Bono prete e fidecommissario, con Carboncello di Alberto, di Ingo di Giovanni, di Girardo suo figlio e di Pietro figlio di Girardo. Il castello è certamente distinto da quello di Montalporco, come anche dal documento, pubblicato in Appendice, sulla questione tra Fonte Avellana e San Lorenzo riguardo ai beni siti al «poggio o castellare di Gherardo, al castellare di Castelvecchio e al poggio o castellare di Montalporco». Una indicazione per la identificazione del castello viene dalle carte di San Gaudenzio, che parla di una via per andare da Monte Cerregno, di cui più avanti, al castello di Girardo. Un documento del 18 ottobre 1249 Castel Girardo viene situato in «Valdetenda», ma anche questo topo- nimo non è stato precisamente ubicato.
Il nome «Montalporco», in latino Mons Porcus o raramente Mons Porcorum, dal duecento in poi è il nome più usato ad indicare il fondo, il castello (o castellare o castrum), la corte, la pieve, e finirà per prevalere, escludendo gli altri, quando si formerà il centro abitato. È usato in vari modi: «Mont’al Porcho», «Mont’el Porcho», «Mont’Al Porcho»… Ma contemporaneamente allo sviluppo di questo centro abitato si sarebbe accentuato l’uso sgradevole del «monte dei porci» cosicché il termine venne cambiato in «Monteporzio». Già in latino si riscontra il nome Mons Portius alla fine del Cinquecento nel Ridolfi, più avanti citato. In volgare «Montalporco» resisterà fino alla prima metà del Seicento, nei documenti locali e curiali. Non vi è dunque nessuna incertezza sulla etimologia del nome «Monteporzio», piccola variante del nome originario. È opportuno tuttavia accennare ad altre tre etimologie secondo alcuni scrittori. Il Locchi, seguito dal Canestrari, propone la etimologia di «Monte del Poggio», appoggiandosi ad una bolla di Leone X, dove però Mons Podii si riferisce all’odierno «Poggio» sito tra Mondavio e San Giorgio28. Il Ridolfi, seguito dal Montanari, vede la origine da «Monte della porzione», perché nella divisione fatta tra i conti di Montevecchio a ciascuno sarebbe toccata la sua portio29. Il Torri infine fa derivare il nostro castello dalla famiglia romana Porzia, perché in questi luoghi si sarebbero svolte alcune fasi della battaglia del Metauro, nella quale si erano distinti il pretore Lucio Porzio Licinio e Marco Porcio Catone.
Il termine «Monte Cerregno», che si trova usato nei documenti dei secoli XII e XIII31, ha l’analogo significato di Montalporco.
«Cerregno» difatti significa «bosco di cerri» ed è lo stesso che «Cerreto» con la desinenza longobardica (come Morbegno, Casal Pusterlengo …), luogo ideale per l’allevamento dei porci32.
Il castello di «Busicchio» è nominato nel citato documento spurio sulla donazione di Castel Berardo all’abbazia di San Lorenzo in Campo da parte di Gottifredo di Aldigerio33 e in un documento avellanita del 24 maggio 1291 sulla vendita del con vento di Piaggiolino e di altri beni, tra i quali quelli siti nella corte di Castel Girardo, Castel Berardo e Busicchio, da parte degli eremiti di Sant’Agostino ad Albertino di Fonte Avellana34 Data l’incertezza dei documenti, si potrebbe fare l’ipotesi della identificazione di questo castello con quello di San Pietro nel vico dei Bulgari «in Bulgaresco» o Bulgnisco.
«Castelvecchio» per la prima volta si riscontra in un documento dell’aprile 1143 tra le carte di Fonte Avellana35 e poi ancora tra quelle di San Gaudenzio nell’anno 119636. Il sito è identico all’attuale. Come castello si svilupperà più tardi: nei secoli XII-XIII è segnalato come fondo nella corte di Castel Berardo37.
Anche «Castel Berardo» (castrum Berardi) si riscontra già in alcuni documenti del sec. XII. Il 3 agosto 1149 Panfilia dona all’abbazia di San Lorenzo in Campo i beni, siti in vari luoghi, tra cui Castel Berardo. È una donazione condizionata alla restituzione degli stessi beni dall’abbazia alla donatrice, che difatti nello stesso giorno li riceve in enfiteusi a terza generazione. Il nome del castello ritorna anche nel documento spurio della donazione di Gottifredo di Aldigerio de castro Berardi39. La corte di Castel Berardo comprendeva le «piagge di San Martino», site nel toponimo tuttora esistente, e si estendeva fino al rio Maggiore.
È necessario fare un accenno ai castelli del territorio di Piaggiolino fino a Ponte del Rio, ora per la maggior parte soggetto a Monterado ma allora sotto la corte di Castel Berardo (o anche di Montalporco in qualche documento) e la pieve di San Michele Arcangelo, come si vedrà al capitolo IX.
Sono qui ricordati particolarmente due castelli: il castello di Bulgaro e il castello dei Gufi.
Il castello di Bulgaro è nominato nelle carte avellanite-agostiniane in un documento del 27 dicembre 1264, quando Guiduccio e Ugolino figli del fu Paterniano di Castellare vendono agli eremiti di Piaggiolino una terra sita nella corte del Castellare Bulgari e nella serra di San Martino verso Rio Maggiore 40, e ancora in un altro documento del 13 febbraio 1265, in una vendita di Giovannetto di Castel Girardo agli stessi eremiti con il pegno, in caso di inadempienza delle condizioni, di una possessione sita nel Castellare di Bulgaro «in monte Galgano».
Il castellare «de Guphis» viene nominato in un documento avellanita del 7 dicembre 1290 e situato presso Piaggiolino42.
Una ipotesi potrebbe allargare le ricerche su questi antichi castelli, ritornando sulla ubicazione del castello e chiesa di San Pietro con il vico dei Bulgari, il fondo e la corte. Siccome non si è mai avuto la minima traccia di una chiesa di San Pietro nel territorio di Monteporzio (e di Castelvecchio), questa non potrebbe essere indicata nella chiesa presso Stacciola intitolata appunto a San Pietro? Tale ipotesi potrebbe essere favorita dai numerosi toponimi longobardici nella zona; nel caso sarebbe probabile la ricordata (alla nota 22) opinione del Pierucci.

SIGNORI FEUDALI
TRA I MONACI DI SAN LORENZO IN CAMPO E FONTE AVELLANA
La successione nei passaggi dei proprietari delle nostre terre non è un mistero ed è fondata, si direbbe esclusivamente, nella violenza e, quando si appella al diritto, si conferma sempre con il diritto del più forte. I vincitori Romani si appropriano le terre dei vinti Celti e le nostre campagne saranno state certamente oggetto della esecuzione della Legge Flaminia sull’Agro Gallico, come anche più tardi della legge triumvirale sull’Agro Senigalliese da parte dei Triumviri vittoriosi. Poi vengono i barbari e i documenti su atti stilati secondo la legge longobardica accerta che quasi tutti i proprietari terrieri sono Longobardi e Bulgari. Ma i signori non si sentono sicuri di fronte alla violenza dei rivali e allora cedono la proprietà ai monasteri, in genere rispettati, ma con una donazione condizionata cioè a condizione di poter rientrare in possesso dei beni donati con il diritto di enfiteusi. I monasteri poi si rafforzano chiedendo privilegi agli imperatori, ai re e anche ai papi ed ai vescovi e nel dare il possesso si preoccupano che la successione non vada al conte o al marchese o ad altra chiesa che non sia la loro. I comuni, le signorie, le commende continuano il sistema e così via fino ai nostri giorni, quando i compromessi sono compromessi di forze.
I documenti dei secoli XI-XV fino all’arrivo dei Montevecchio danno molti nomi dei signori, nomi prevalentemente germanici, che popolano questi luoghi, a cominciare dai due che hanno dato origine ai toponimi di Castel Girardo e di Castel Berardo.
Come è già stato ricordato, Girardo si riscontra fin dal 1090 nel prete Bono di Girardo e poi ancora nel castello Cerregno Boni Girardi del novembre 1126 e nella corte di Bono Girardi del 24 maggio 1139. Questo nome di Girardo si ripete nelle varie generazioni, come anche nello stesso documento del 1090 si parla di Girardo, figlio di Ingo di Giovanni e padre di Pietro. Nella citata pergamena 148 del Collegio Germanico. Giacomo di Castel Girardo rinnova il 5 novembre 1223 a Fonte Avellana il diritto di pascolo anche a nome del suo figlio Girardo. Questo Giacomo di Castel Girardo è un signore ricco e potente ed il suo nome ricorre spesso sia nelle carte di San Gaudenzio1 sia in quelle di Fonte Avellana2.
Anche Berardo, che ha dato il nome a Castel Berardo, è antico e si ricorda la prima volta nella citata donazione di Panfilia del 3 agosto 1149. Si può fare l’ipotesi che fosse già esistito nel secolo precedente. Pure questo nome ricorre in seguito, come nella più volte citata pergamena 148 del Collegio Germanico, nell’atto del 12 maggio 1189 quando Rocco e Berardo, figli del fu Tancredo, concedono il diritto di pascolo nella valle del Cesano a Fonte Avellana.
Altro signore ricco e potente del Duecento è Guido de Monte Porco, che è imparentato con il detto Giacomo di Castel Girardo, come si ha dal documento agostiniano, pubblicato dal Pierucci3, del 27 settembre 1269, quando «Giacomuzio, Guidolino (e Sora) figli della fu Kera, figlia del fu Giacomo di Castrogirardi, e di Artrotto di Guido di Monteporzio» si accordano su beni siti a Piaggiolino, nella serra di San Martino e nel fondo San Lorenzo antico (san Lorenzo è il titolare della chiesa di Piaggiolino). Ricorre più volte nelle carte di San Gaudenzio4.
Anche se il documento, già pure citato, e riportato in Appendice dei documenti nei Regesti Senigalliesi al n. 15 alla data del 4 marzo 1177 è dubbio, si ricorda Gottifredo di Aldigerio di Castel Berardo, persona probabilmente storica sia pure nella spuria o dubbia data e azione giuridica.
Due signore sono menzionate nelle donazioni a San Lorenzo in Campo: Imelda e Panfilia 5. Imelda del fu Guglielmo, con Corrado del fu Sifredo, dona il 21 ottobre 1127 i suoi beni, siti nel vico dei Bulgari ed in altri fondi e luoghi. Panfilia del fu Alberico il 3 agosto 1149 dona, consenziente il marito, le sue terre, vigne e alberi, siti in Castel di Mare, in Panicaria, in Marciano, in Fornaria, in Frattula, nel Castel Berardo ed in Roncole: come si è già detto, è una donazione esplicitamente condizionata a che tutto le sia restituito in enfiteusi a terza generazione, come di fatto avviene nello stesso giorno.
Queste citazioni sono soltanto indicative di persone dimoranti nei nostri luoghi in quei secoli bui e debbono essere arricchite e completate sui documenti, editi o no, tra gli autori e i destinatari, tra i testi e gli scrittori, in genere tra gli antroponimi.
Forse l’imparentamento di Guido di Monteporzio con Giacomo di Castel Girardo favorì l’unificazione di tutto il territorio compreso tra i confini di Orciano e Ponte Rio. Comunque, nel Trecento questa è un fatto compiuto, come si prova dal documento sulla lite tra le due abbazie di San Lorenzo in Campo e Fonte Avellana. Nella decadenza monacale di quel secolo e nella invadenza dei signori feudali vi era l’incertezza nell’attribuire a quale dei due monasteri avrebbe dovuto riferirsi la concessione enfiteutica, sulla quale i signori giustificavano il possesso delle terre. Di questa lite si hanno i dicta testium, cioè l’interrogatorio avvenuto probabilmente nell’anno 1442, certamente nel periodo dell’abate Ugo di San Lorenzo in Campo 6. Viene qui rivelata la successione dei cinque signori, che immediatamente precedono l’investitura ai Montevecchio e cioè: Giovanni Gugliozzi (Guiglocii, Guglottii) forse un Malatesta, Andrea suo figlio, Galeotto Malatesta di Rimini, Pietro Galeotti e Gaspare suo fratello.
Giovanni Gugliozzi possiede tutte le terre del nostro territorio con il poggio o castellare di Gherardo, con il castellare di Castelvecchio e con il poggio o castellare di Monteporzio fin dai primi anni del Trecento; anzi, stando ai documenti finora conosciuti, non è escluso che tale inizio sia negli ultimi anni del Duecento, trovandosi nella penultima generazione prima di Galeotto Malatesta, di cui più avanti.
I testi precisano anche i confini di questo territorio, che corrispondono più o meno a quelli indicati nella concessione dell’abate Ugo al nepote Guido e della quale si tratterà nel capitolo seguente. Inoltre aggiungono che a lui e dietro sua istanza venivano pagati i pedaggi; si precisa che egli teneva la manutenzione del ponte al Rio Maggiore (Ponte del Rio o Ponte Rio) e che tutti quelli che vi passavano con le loro mercanzie di qualsiasi specie dovevano versare il tributo.
Andrea succede al padre Giovanni, alla sua morte e senza soluzione di continuità.
Alla morte poi di Andrea gli succede Galeotto Malatesta, un personaggio tra i più celebri della storia italiana del Trecento: prima della venuta del cardinal Albornoz aveva conquistato quasi tutte le Marche con il fratello Malatesta ed il nepote Malatesta Ungaro, rendendo la signoria dei Malatesta la più vasta dopo quella dei Visconti; sconfitto a Paderno, ritorna in auge, viene insignito della dignità di senatore di Roma e, dopo aver portato la sua famiglia all’apogeo, muore vecchio a 86 anni a Cesena il 21 gennaio 13857. Soltanto i primi due testi, Pietro Verdelini e Lello Francioni, fanno esplicitamente il nome di Galeotto Malatesta; il terzo, Patricello di San Costanzo, parla in plurale dei magnifici signori Malatesta; gli ultimi due, Coppo e Brunaccio di San Costanzo, tacciono sui Malatesta e fanno seguire immediatamente ad Andrea di Giovanni i signori Galeotti Pietro e Gaspare.
Pietro Galeotti succede a Galeotto Malatesta alla morte di questi. Quanto afferma il teste Patricello, che parla in plurale dei Malatesta, si può spiegare ricordando la solidarietà tra i membri della famiglia riminese. Quanto poi alla successione immediata da Andrea di Giovanni a Pietro Galeotti, di cui parlano i due testi Coppo e Brunaccio, si può spiegare o perché non erano bene informati oppure considerando Pietro come vicario dei Malatesta.
Gaspare Galeotti, succeduto alla morte del fratello Pietro e su cui tacciono i primi due testi, è l’ultimo feudatario prima dei Montevecchio, che rimarranno per secoli signori di Monteporzio.
Il nostro territorio, essendo soggetto ai Malatesta, probabilmente non subisce danni con il passaggio della Compagnia di fra Morreale, che nell’inverno tra il 1352 e il 1353 saccheggia la valle del Cesano e particolarmente Mondolfo e San vito. I Malatesta avrebbero pagato 65 mila fiorini d’oro perché il gran flagello non recasse danni ai loro luoghi.
Già prima, cioè nel 1316, aveva interessato parte dei nostri luoghi un episodio della guerra tra Fano e Fabriano. In quell’anno i Fabrianesi avevano occupato e saccheggiato i castelli di Castelvecchio e di Stacciola.

Tratto da “Monte Porzio
e Castelvecchio nella storia” Mons. Alberto polverari

MORFOLOGIA DEL TERRITORIO

Gaetano Torri nelle sue Memorie su Mondolfo giudica invidiabile il sito di Monteporzio e Castelvecchio «Posti distanti tra loro un quarto di miglio, come spirante un’aria soave, e adorni all’intorno d’altre vaghe Collinette, leggiadre Pianure, e soggiacente vista del Fiume Cesano»1. E veramente non si può desiderare una migliore posizione geografica per il clima salubre, per i campi fertili, per le colline aperte tra il mare vicino e i monti non molto lontani. Sebbene la genesi morfologica del territorio richieda studi speciali, non proprii delle ricerche storiche, se ne delinea qui un accenno, del resto necessario per l’ambiente antropogeografico. Il territorio di Monteporzio è tutto nella fascia collinare della valle del Cesano di formazione geologica risalente al Pliocene superiore. Sono presenti i quattro terrazzi dell’era quaternaria. Dalla Carta Geologica d’Italia (Senigallia, foglio 110, Organo Cartografico dello Stato su rilevamento 1 : 25.000) si hanno i dati seguenti. Lungo il fiume: Neozoico (Era quaternaria) – Pleistocene medio e superiore con alluvioni e depositi litoranei, ghiaiosi e talora parzialmente sabbiosi, del quarto ordine di terrazzi, a metri 5-8 sul fondo valle. Sul piano, tra le colline di Monteporzio e Castelvecchio e il fiume: ancora Neozoico con alluvioni e depositi litoranei, ghiaiosi e talora parzialmente sabbiosi, del terzo ordine di terrazzi a 15-20 metri sul fondo valle. Verso Piaggiolino e Ponte Nuovo: stessa era con alluvioni ghiaiose, talora parzialmente sabbiose, del secondo ordine di terrazzi, a 30-40 metri sul fondo valle. Più vicino alle due colline: ancora della stessa era con alluvioni ghiaiose, talora parzialmente sabbiose, del primo ordine di terrazzi, a 45-60 metri sul fondo valle. In alto infine, da queste colline a Monte Bonello (m. 263), Monte Cucco (m. 231) e Monte San Martino (m. 192): Cenozoico (Era terziaria) – Pliocene superiore con argille marnose, azzurre, siltose, talora lievemente sabbiose e con biozona di fossili microspici della fauna marina e cioè: a Quinqueloculina inaequalis D’ORBIGNY (foraminifero imperforato con cinque camere), Orthomorphina stainforthi PERCONIG (foraminifero perforato a guscio calcareo libero), Virgulina tenuis SEQUENZA sempre appartenente al plancton del pliocene superiore), Globorotalia inflata (D’ORBIGNY) (foraminifero perforato con guscio trocospirale), Cibicides punctulatus (D’ORBIGNY) (foraminifero perforato con guscio calcareo piano-convesso).
«Sui fianchi delle colline, ove maggiore è l’azione delle acque meteoriche e dilaganti, il mantello Pliocenico scompare per dar luogo in ampi tratti alle molasse, alle marne ed alle argille di fondo, a volte alternate e intercalate da stratificazioni calcarifere. I terreni sono fortemente erosi, ampiamente modellati; frequentissime le frane e gli smottamenti a causa della presenza d’argille commiste alle sabbie. – I torrenti sono esclusivamente alimentati dalle piogge, mancano sorgenti di notevole entità»2. Nel nostro territorio si hanno soltanto tre piccole fonti, ricordate nella Statistica del Regno d’Italia. Acque Minerali. Anno 1868 e successivamente nelle opere del Marieni (1870), del Perone (1870), del Pascale (1875), del Tioli (1894), di Vinaj G. S. (1906), di Vinaj e Pinali (1923) e del Piccinini (1924). Le prime due sono site a Campo Arsiccio, di cui una è ferruginosa a 29 C° con 100 litri di portata giornaliera e l’altra solfurea a 19 C° con 180 litri di portata giornaliera. La terza fonte è quella solfurea di Puzziloco nella località omonima3.
Se la regione Marche è stata chiamata «terra giovane»4, il territorio di Monteporzio dovrà dirsi terra giovanissima. Quando la valle del Cesano e quella del Metauro emersero sul livello del mare, si unirono, per formare una unica terra, le isole mioceniche del Senigalliese e delle Gabicce. Secondo un tentativo di datazione dei terrazzi fluviali del Cesano, fatto dall’Istituto di Scienze della Terra della Università di Urbino, il terrazzamento più recente risalirebbe a 7.500 anni fa; ciò significa che quando in Egitto si avvicinava l’era dei Faraoni, qui ancora c’era il mare.

Dopo il ritiro del mare, iniziato nel Pliocene superiore, ed il sollevamento del terreno, la valle venne modellata nella forma attuale dalle forze subaeree e principalmente dal fiume Cesano. Questo fiume nasce a circa 1000 metri alle pendici sud-orientali del Monte Catria (m. 1.701) e sfocia nell’Adriatico a 5 chilometri da Senigallia dopo un percorso di 55 chilometri. Nell’alta valle la piovosità è molto elevata ed in questa fascia preappenninica si hanno i due unici affluenti, di sinistra il Cenisco presso Pergola, di destra il Nevola presso San Lorenzo in Campo. Tuttavia il Cesano ha una portata irrilevante e in certi periodi estivi quasi nulla; ciò si deve alla natura prevalentemente carsica di quella fascia preappenninica della valle. Il Cesano, se è al centro della genesi e morfologia del territorio, lo è anche della storia, a cominciare dalla etimologia stessa del nome. Ne sono state segnalate ben sette opinioni6: origine paleogreca per significare «soave» (Dall’Osso); fenicia per significare «braccio» o «seno» in relazione al percorso sinuoso (Tondini); da «Caesano» della etimologia di lesi (Badiali); da Caio Cessidio nella iscrizione di San Lorenzo in Campo (Giorgi); dalla «cessazione» della guerra dei Cartaginesi contro i Romani (Cimarelli); dal nome antico di «Sena» (Ortelio, Cluverio… Giannini); dalla città di «Suasa». Questa ultima sentenza sembra la più probabile. Rimane tuttavia distinta la questione sulla possibile identificazione del Cesano con il fiume Sena degli antichi. E veramente sarebbe incomprensibile il richiamo di tanti scrittori greci e latini a Sena come fiume tra i più memorabili fiumi con lo sbocco sull’Adriatico insieme con l’Adria, il Rubicone e l’Ofanto, in riferimento alla vittoria su Asdrubale, che non riuscì ad attraversare il Cesano e quindi neppure poté vedere il fiume di Senigallia, il Misa. Il Marcolini scrive di stare «contenti di affermare non essersi per ancora discoperta presso di noi alcune di quelle vetuste reliquie che si riferiscono oggidì comunemente alle due età chiamate della pietra e del bronzo». Oggi si sono scoperti e si stanno scoprendo famosi reperti in questi luoghi, come si vedrà nel capitolo seguente, all’inizio della storia con i primi uomini qui pervenuti.

Tratto da “Monte Porzio
e Castelvecchio nella storia” Mons. Alberto polverari

Storia

Gli archivi, che hanno spinto alla ricerca delle memorie più antiche su Monteporzio sono quelli stessi che riguardano gli antichi monasteri di San Lorenzo in Campo, Fonte Avellana e San Gervasio. Molte carte, come si può constatare dalla bibliografia, sono state già pubblicate e ciò ha permesso, a parte i reperti dell’evo antico, di entrare nell’alto medio evo fino ai bizantini della Pentapoli, ai Longobardi ed ai Bulgari. Evidentemente, oltre a quelle antiche, le stesse carte danno molte notizie dell’evo moderno, sempre seguendo le vicende di quei monasteri. Così si devono consultare gli archivi Barberini in deposito alla Biblioteca Vaticana, del Collegio Germanico e di Stato di Firenze e di Pesaro. Qui particolarmente, nell’archivio di Stato di Pesaro, si conservano anche i documenti delle abbazie di San Gaudenzio di Senigallia e di Sitria, cui era legato il monastero di San Gervasio.
Avendo avuto origine Monteporzio, e in parte Castelvecchio, come centri abitati, con la venuta dei conti di Montevecchio nel Quattrocento, la storia di questi luoghi è registrata nell’archivio di questa famiglia, dove ha attinto Laura di Montevecchio Almerici. Qui la fonte è tutt’altro che esaurita e sarebbe assai interessante la ricerca e lo studio su gli Statuti del feudo.
Fondamentali sono poi gli archivi ecclesiastici: archivio parrocchiale di Monteporzio, archivio parrocchiale di Castelvecchio e Cancelleria vescovile di Senigallia. Interessa anche l’archivio comunale di Senigallia, dove sono conservati alcuni libri contabili della famiglia Montevecchio.
Sia per Monteporzio, appodiato di Mondolfo durante il Regno Italico, e molto più per Castelvecchio, appodiato di Mondolfo prima e dopo il Regno Italico, è necessaria la ricerca anche nell’archivio di questo comune. Infine, dopo la soppressione del feudo dei Montevecchio, centro principale della raccolta dei documenti è l’archivio comunale di
Monteporzio, dove tuttavia si conservano in un fascicolo inventariato anche alcuni documenti del periodo feudale.
Ma è necessario aggiungere a quanto detto una nota particolare sull’archivio dei Montevecchio. Questo archivio era stato depositato nella Biblioteca Federiciana di Fano. Ma il duca Cante di Montevecchio Benedetti il 22 agosto 1950 dichiarò che, vista l’impossibilità di disporre nella sua casa sita in Piazza Costanzi di Fano, allora occupata da un istituto religioso, sarebbe stato suo desiderio riprendere l’archivio e sistemarlo convenientemente, secondo le disposizioni di legge, nella sua abitazione di Castelviscardo in provincia di Terni, in attesa di una sistemazione definitiva nella città stessa di Fano, sede della famiglia. Tale dichiarazione venne fatta davanti al dottor Antonino Lombardo, Direttore di 2° classe nell’Amministrazione degli archivi di Stato, in servizio presso il Ministero dell’Interno, incaricato della Soprintendenza archivistica per il Lazio, Umbria e Marche, presenti anche, nella sede della Biblioteca Comunale Federiciana di via Castracane, il Direttore della stessa Biblioteca dottor Cesare Moreschini, il conte Pier Carlo Borgogelli Ispettore Onorario Bibliografico e Archivistico, il conte Luciano Aventi di Sorrivoli (cognato del duca), la N. D. Cordelia Flaiani di Montevecchio vedova Vitali ed il signor Evaristo Menghetti fu Perseo di Fano. Il dottor Moreschini ed il conte Borgogelli espressero il desiderio che l’archivio stesso fosse restituito definitivamente a Fano a disposizione degli studiosi. Accolte tali dichiarazioni, venne stilato un verbale in quadruplice copia: per il Ministro dell’interno, per la Soprintendenza di Roma, per la Biblioteca Federiciana e per il duca Cante di Montevecchio Benedetti.
Tuttavia nella stessa Biblioteca sono conservati molti volumi manoscritti dell’archivio Montevecchio, raccolti nella XIX sezione. Si tratta di 35 volumi, riguardanti la famiglia del patriziato fanese (cioè i «signori» di Monteporzio), eccetuato il n. 7 che proviene da un archivio privato di Matelica; gli ultimi tre volumi raccolgono documenti e diversi manoscritti e stampe. I volumi furono donati alla Federiciana dal signor Romolo Eusebi, mentre l’insieme dei documenti venne acquistato per il tramite del signor Eusebi nella sua veste di antiquario.

GLI ABORIGENI PREGALLICI
Il nostro territorio entra nella storia soltanto con i Galli Senoni, ma è documentato che esso fosse abitato già dagli uomini dell’età della pietra.
Sul greto del fiume Nevola, affluente del Cesano presso San Lorenzo in Campo, sono stati rinvenuti manufatti bifacciali di tipo acheuleano. A età musteriana si fa risalire il megacero d’Irlanda (fossile gigantesco di circa quattro metri), assai raro in Italia, scoperto nella valle del Cesano presso Miralbello. Nel 1951 il dottor Giorgi ha raccolto a Monteporzio un «grosso frammento di un nucleo siliceo color carne e tavoletta di amigdaloide»; questi pezzi sono conservati nel Museo di San Lorenzo 1.
A Ripabianca di Monterado, ai confini del comune di Monteporzio, venne esplorata nel 1962 dalla Soprintendenza alle Antichità delle Marche una delle più interessanti e studiate stazioni neolitiche, i cui reperti sono ora custoditi nel Museo Nazionale di Ancona 2. Si tratta di una capanna di otto metri con la parte inferiore ricavata un metro e cinquanta sotto il deposito fluviale. Questi neolitici, pacifici agricoltori, abitavano qui nel V millennio a. C. e precisamente, stando all’analisi del carbonio, 6210 circa o 6140 circa anni fa. L’abbondante materiale (vasi di ceramica in varie forme, idoletti fittili, industria littica, ossidiana e su osso, molti elementi ornamentali come valve di conchiglia e pezzi di argilla cotta con impronta di rame e di frascame) dimostra largamente la cultura di questi popoli, che partecipano alla grande conquista umana della pastorizia e della agricoltura. Nei resti faunistici si riconosce una prevalenza degli Ovidi sui Bovidi, una relativa presenza di Canis familiaris ed una presenza di Cervus elaphus, di Vulpes vulpes, di Ursus arctos, di Felix sylvestris, di Capreolus capreolus, e di Putorius putorius. Non sappiamo se la pacifica vita dei nostri agricoltori neolitici fosse stata sconvolta dai mercanti e guerrieri razziatori eneolitici, di cui è noto lo stanziamento alle Conelle di Arcevia nel III millennio a. C. È una questione da lungo tempo dibattuta, molto confusa e mai risolta quella riguardante i passaggi dai vari popoli nei nostri luoghi, sui quali poi si sarebbero sovrapposti i Galli Senoni nel secolo V a. C. Secondo il Cimarelli, sarebbero sciamati qui i popoli dopo la confusione di Babele; secondo lo Speranza, sarebbero venuti dall’alveare dei popoli nell’altipiano dell’Imalaia; il Tondini parla della colonizzazione fenicia. La miglior fonte orientativa è data da Plinio il Vecchio (III, 112-114), che pone sull’Agro Gallico (il futuro territorio dei Senoni da Rimini all’Esino) i successivi passaggi dei Siculi, dei Liburni, degli Umbri, degli Etruschi e infine dei Galli Senoni.
È accertato che la vallata del Cesano era intensamente popolata da popolazioni della stessa civiltà di Novilara al sec. X a. C. È nota la necropoli San Costanzo, una delle più arcaiche necropoli picene3. Meno nota è la necropoli di Monte d’Oro di Scapezzano, una tipica terrazza sul Cesano presso il mare. Era stata già questa segnalata dal Moretti, Soprintendente alle Antichità per le Marche, nel 1928 con residui di tombe, che indicano un vicino centro abitato. Recentemente gli alunni della scuola elementare di quella località hanno raccolto e stanno raccogliendo abbondante materiale, che conferma il centro abitato e lo specifica di notevole grandezza. Si tratta di anse d’impasto a verniciatura nerastra, frammenti di ciotole a cordicella e cerchiolini, rocchetti e fuseruole di varie forme e dimensioni, conchiglie ornamentali4. Ma nel nostro territorio di Monteporzio venne rinvenuto il reperto, forse il più interessante della vallata relativamente a questa civiltà del ferro: il grande vaso attico. Ne dà notizia, con lettera in data 16 ottobre 1952 al Giorgi, il Soprintendente alle Antichità per le Marche Giovanni Annibaldi, accludendo due lucidi, qui riprodotti nelle Tavole, «del disegno sommario, riguardante le figurazioni del cratere a colonnette che si conservava nel secolo scorso in casa dei Duchi di Monte vecchio a Fano e che si era rinvenuto in un tenimento della stessa famiglia a Monteporzio dentro un sepolcro con altre suppellettili. L’altezza del vaso è di m. 0,45»5.
Chi era il popolo di questa civiltà, presente nella vallata del Cesano e qui a Monteporzio dopo i neolitici e prima dell’arrivo dei Senoni? È un popolo arcaicizzante, diretto discendente dei neolitici, conservatore e in cui sopravvive l’antico rito della inumazione con i corpi rannicchiati. Le iscrizioni di Novilara «ci presentano una lingua, nel suo insieme, né etrusca, né italica, né celtica, né illirica, per quanto, com’è naturale, vi si possa trovare qualche elemento dovuto a contatti cogli Illirici e coi Nord-Etruschi, con cui hanno in comune l’alfabeto, di origine focea»6. Secondo gli storiografi De Sanctis e Pareti, si tratterebbe di un ramo dei Pelasgi, cioè degli Asili. Silio Italico (VIII, 443-445) fa provenire questo nome di Asili da Aso, re dei Pelasgi, che avrebbe dato il nome anche al fiume Esino. Anche Scimmo da Chio e Diodoro Siculo vedono nei nostri luoghi i Pelasgi. Dato pure il carattere mitico di questo popolo e date anche le esagerazioni di scrittori locali, che vantano le origini delle nostre popolazioni e specificamente della città di Suasa dai Pelasgi, non è sana critica l’antica contraddizione, l’antico antagonismo tra mondo agricolo e mondo pastorale, evidentemente non come elementare distinzione di forze socialmente differenziate, ma come complessa contrapposizione di società in via di organizzazione urbana e nazionale alle comunità frammentarie delle genti italiche le quali accentuano, in virtù di questo rinnovato antagonismo, la loro fisionomia di pastori-guerrieri. Subappeninici e Italici (Umbri, Sabini, Aborigeni, Siculi, Enotri, Itali, Morgeti, Ausoni) divengono in questo senso termini equivalenti. La frammentarietà onomastica rispecchia con ogni probabilità una reale struttura delle comunità pastoralistiche le quali vivono riunite in famiglie o gruppi di famiglie (gentes) e che, a causa di situazioni contingenti, si volgono verso forme di associazione a tipo federativo o, viceversa, verso forme di dissociazione. Un esempio di dissociazione è il distacco di un gruppo dal ceppo principale, per il trasferimento in altri territori: è il costume italico del ver sacrum legato verisimilmente alla pratica della transumanza stagionale».
Specialmente tra gli archeologi esiste, in mezzo a tante differenti opinioni, una certa concordia nel chiamare «civiltà picena» questa degli abitanti delle Marche nei secoli X-V a.C. Pur volendo precisare con insistenza l’uso del termine soltanto in senso convenzionale (relativo ai popoli abitatori del futuro piceno), essi si trovano di fronte a tre rischi: primo, di dare come definita l’unità di cultura esclusiva delle Marche; secondo, di identificare unità di cultura con unità di popolo9; terzo, di favorire la confusione di questi Piceni con i Piceni storici (cioè di quei Picentini, che si allearono con i Romani nel 299 a.C. e di cui Livio X, 11, 7). Il Giorgi e la Lollini riferiscono ai Piceni la cultura, di cui è testimonianza la suddetta necropoli 10. Ma per l’Agro Gallico, cioè per i nostri luoghi, si aggiunge un’altra ragione, che convince di non usare il termine «civiltà picena» per evitare la confusione: non esiste nessuna prova certa, letteraria ed archeologica, che testimoni la presenza dei Piceni prima e dopo l’avvento dei Galli.

I GALLI SENONI
Abitando i Galli, come afferma Polibio (II, 17, 9), «in villaggi non fortificati» e stimando essi l’unica ricchezza, non le belle abitazioni, ma soltanto l’oro e il bestiame, è impossibile, nel periodo preromano, trovare loro reliquie di edilizia. I reperti gallici sono soltanto nei sepolcri e negli oggetti di bronzo e di ferro. «Sepolcri gallici a tipo inumazione si trovarono a Piobbico presso Urbania, e San Pietro in Musio comune di Arcevia, privi di oggetti etruschi o greci; sotto il colle di Ravaje presso Pergola, a S. Gervasio presso Mondolfo ecc. Il ferro prevale sul bronzo, presenza di lunghe spade di ferro, tipo La Tène. Vicino ad armi di ferro si rinvennero elmi di bronzo a calotta del tipo etrusco, del V e IV secolo. Uno dei detti elmi si trova nella raccolta di oggetti antichi presso Monti a Nidastore. Altri sepolcri gallici si trovarono a Montefortino (del III secolo) presso Arcevia (…). Un idoletto gallico di bronzo con torques si rinvenne persino sul Catria, e si ricorda ancora a Cagli la necropoli gallica di S. Vitale. Presso Pergola vi è una località chiamata: Piano dei Galli»1. L’elmo gallico, di cui parla il Giorgi 2 e del quale la nostra tavola, sarebbe invece stato rinvenuto a Bastia di Mondolfo. Tombe alla cappuccina con scheletri circondati da lance, giavellotti, lucerne, collane, braccialetti, vasi di terracotta, monete, oggetti attribuiti almeno in parte ai Galli Senoni, vennero rinvenuti nel 1890-1893 in occasione della costruzione della stazione ferroviaria di Pergola 3. Anche tra i reperti di Monte d’Oro, di cui si è parlato nel cap. II, se ne riscontrarono alcuni della civiltà gallica.
Dal territorio di Monteporzio non vengono dunque segnalati reperti gallici ma da tutta la zona circostante. Si deve comunque notare che la vallata del Cesano è al centro del territorio occupato dai Senoni e Monteporzio è in sito equidistante o quasi tra le loro città Sena e Suasa. Si deve anche notare che la vicina Sena era la metropoli di quei Galli e ciò, nella opinione pressoché comune, si accerta per tre motivi: primo, per il legame etimologico Sena-Senoni sia che il nome della città provenga da quel popolo sia viceversa; secondo, perché la grande avventura, dei Senoni nello scontro secolare con i Romani, inizia, prosegue e termina a Sena; terzo, perché le uniche città
«mediterranee» (cioè dell’entroterra senone), Suasa e Ostra (Tolomeo, III, 1) sono dell’entroterra senigalliese. I Senoni si sono stanziati nell’Agro Gallico (da Rimini all’Esino), almeno fin dalla fine del secolo V a. C. e vengono così descritti da Floro (I, 7, 4): «I Galli Senoni furono gente feroce per natura, di costumi inauditi, a ciò conformati dalla mole dei loro corpi e dalla grandezza delle loro armi e fu sotto ogni aspetto tanto terribile che sembrava nata appositamente per uccidere gli uomini e distruggere le città». La loro invasione deve essere interpretata come una lenta e progressiva espansione verso terre più ricche. Così avevano occupato il litorale adriatico fino oltre Camerano e si erano diretti sulla via di Roma, quando a Camerino (l’antica Camars Clusium, poi erroneamente confusa con Chiusi in Toscana, chiamata anch’essa Camars Clusium) si scontrano con i Romani ed iniziano nel 390 (nella cronologia greca 387/386) la grande avventura.
Questa in sintesi la lectio vulgata, specialmente da Tito Livio (libro V), avvertendo la necessità di distinguere il racconto sostanzialmente storico dalla leggenda.
Il Brenno, re dei Senoni, infuriato contro i Romani, che contro il diritto delle genti avevano parteggiato per i Clusini (i Camerinesi), ne distrugge l’esercito nella battaglia dell’Allia a 11 miglia da Roma a sinistra del Tevere (probabilmente al Fosso della Bettina). Era il 18 luglio: il Dies Alliensis (il «giorno dell’Allia») passerà nella storia come il «giorno infausto». A quella vittoria gallica segue una facile occupazione di Roma, messa a ferro e a fuoco; solo il Campidoglio, dove si raccolgono con i loro tesori donne, bambini e giovani superstiti, riesce a difendersi dalla furia dei vincitori.
L’avvenimento è di portata internazionale, al centro della letteratura latina e greca, fondamentale per la storiografia romana. Allora i Greci vengono a conoscenza di una città chiamata Roma e Polibio (Il, 35, 2) chiama questi «episodi della Fortuna» cioè la guerra gallica la più considerevole della storia. Ma la penuria dei viveri e la pestilenza favoriscono la riscossa dei Romani e impediscono che «tutto diventi Gallia» (Livio V, 44, 7), come era avvenuto nella civile valle padana degli Etruschi. Pur dopo un atto di violenza, simboleggiato dal grido del Brenno «Guai ai vinti», i vincitori sono costretti a tornare nelle loro parti (Polibio II, 18, 3), da dove tuttavia riescono a terrorizzare Roma per oltre un secolo. Finalmente i Romani possono portare la guerra nel territorio stesso dei loro nemici, che vengono defi- nitivamente sconfitti a Sentino (presso Sassoferrato) nel 296 a.C. e nel 283 Cornelio Dolabella trionfa sui Senoni, facendo strage nel loro stesso territorio e portando il loro capo Britomarte a Roma. A parte la opinione di alcuni, che fanno derivare da questa strage il nome di Marotta4, non si può mettere in dubbio che teatro principale di tale rovina è la nostra valle del Cesano.
Floro (I, 8, 3-4) scrive che Dolabella distrusse completamente i Senoni perché non ci fosse più nessuno di quel popolo che potesse vantarsi di aver incendiato Roma e che di fatti dei Senoni non c’è più nessuna traccia. Similmente parlano di questa distruzione altri scrittori antichi. Ma si tratta evidentemente di una esagerazione, perché, a parte quelli che, come scrive Polibio, ebbero la possibilità di fuggire altrove (in Francia, come afferma lo stesso Polibio, oppure nella regione alpina o anche in Grecia e in Galazia dell’Asia Minore) un grosso vestigio di quel popolo è rimasto nell’accento gallico delle nostre popolazioni; si può con certezza affermare che qui i Senoni sopravvivono come maggioranza etnica romanizzata. E il Giorgi osserva in proposito: «Se ammettiamo che i Galli Senoni siano stati scacciati completamente dal territorio, bisognerebbe ammettere che i Galli della vicina Emilia (Boi ecc.) si siano infiltrati nel territorio lasciato libero dai Senoni per poter giustificare il problema etnico-antropologico e linguistico attuale della zona. Certo è che i Romani esasperati per tante lotte, umiliazioni e timori, vistasi aperta la via al paese dell’odiato nemico si precipitarono pieni di sdegno, decisi a farne vendetta (…). Le uccisioni, le stragi, le razzie, gli incendi, le distruzioni superarono i limiti della prudenza romana. Però non fu lo sterminio. Se riuscirono a mettersi in salvo sulle colline numerosi cittadini durante la strage di Alarico perché non si sarebbero salvati altrettanti Senoni dal momentaneo furore dei Romani -2 Del resto il paese si presta assai alle evasioni».
La migliore opinione vede in questa asserita distruzione soltanto una schiavizzazione del popolo senone, limitando l’uccisione ai soli giovani in armi.

I ROMANI
Con la deduzione della colonia a Sena, che si chiamerà poi Sena Gallica = Senigallia dopo la fondazione della colonia di Sena lulia (Siena in Toscana), nell’anno 284 a. C., i Romani compirono un passo gigantesco per la conquista del mare «supero» cioè del nord Adriatico. Alla fine della prima guerra gallica, che si concluse dopo 107 anni dall’incendio di Roma, seguirono 45 anni di pace tra i Romani e gli altri Galli. Questa sosta servì, con rapido risultato, per il consolidamento definitivo dell’Agro Gallico nella romanizzazione dei Senoni superstiti. Allora veramente nessuna traccia rimarrà dei Senoni, che diventeranno i Galli romanizzati, i Senoni della Gallia Togata. Dopo 16 anni dalla colonia a Sena seguì quella a Rimini, quando venne terminata la guerra contro Pirro e contro i Picenti. Nel 238 a. C., dopo la guerra sicula, i Romani mossero guerra ai Galli Boi ed Insubri ed allora «la corsa rapidissima verso l’impero del mondo» (Floro I, 7, 1-
3) non si fermò più. Il territorio della Gallia Togata venne in primo piano con la legge Flaminia del 232 a. C., quando il tribuno Caio Flaminio Nepote, nello sviluppo del dibattito sociale a Roma, favorì la plebe contro il Senato, con l’assegnazione viritaria dell’Agro Gallico.
Il nome di Flaminio è legato anche alla via che da Roma portava a Sena e che, assai probabilmente passava per la valle del Cesano. Si deve accettare la tesi del Radke, che pone a Sena la stazione terminale della primitiva via Flaminia, costruita dal censore Flaminio nel 220 a. C. Questa via non passava per la gola del Furlo sulla valle della via Flaminia con termine a Sena è stata proposta e validamente difesa dal prof. RADKE dell’Università di Berlino in Ricerche su Camerino città Umbra nel 1964 e più recentemente in Viae publicae Romanae coll. 123-160, nel 1971. La via Flaminia, poi più famosa (essendo venuta a cessare la funzione strategica di Sena con la conquista della Gallia cispadana), del Furlo, Fossombrone, Fano e Rimini è la scorciatoia costruita nel 177 a. C. sotto il consolato di Sempronio Gracco e perciò chiamata «Sempronia».
Metauro per finire a Rimini, ma ripeteva, in senso inverso, la via dei Galli verso Roma e cioè da Roma a Sena per Terni, Spoleto, Camerino, Sentino. Rimane incerto l’itinerario da Sentino a Sena, se sulla valle del Misa o su quella del Cesano. La direzione del Misa è favorita dal cippo di Arcevia. Ma è da preferirsi la direzione del Cesano sia dal cippo della Madonna del Piano con l’esattezza delle 184 miglia da Roma (e 16 da Sena) 2sia dalla maggiore chiarezza del piano strategico nella battaglia del Metauro.
Cicerone è lo scrittore più antico a ricordare la battaglia del Metauro, che egli chiama «battaglia di Sena» (Brutus 18, 72-73). Tutti gli altri scrittori classici, greci e latini, fanno riferimento a questa città (Fano allora non esisteva, mentre avrà origine dal votivo «tempio della Fortuna», eretto in ricordo della battaglia al tempo della costruzione della nuova via Flaminia proveniente dal Furlo circa l’anno 177 a.C.). I consoli Livio Salinatore e Claudio Nerone con il pretore Lucio Porcio Licinio si riuniscono a Sena per tagliare la via ad Asdrubale, che aveva dato l’appuntamento al fratello Annibale di incontrarsi nell’Umbria. Asdrubale nel giugno del 207 a.C. era giunto sul fiume Cesano, sorvegliato e contrastato in questa marcia dal pretore Porcio Licinio3, probabilmente nelle località di Cento Croci, Gualdonovo e Sterpettine. Di fronte, a circa un chilometro di distanza (Livio, XXVII, 46, 4), sono schierati i Romani, probabilmente sotto Monte d’Oro dietro le colline presso l’autostrada. Il generale cartaginese, accortosi dell’accresciuto numero dei nemici, ordina la ritirata, ripassa la via cosiddetta Gallica (sulle colline di Mondolfo, San Costanzo e Cerasa), viene raggiunto mentre era alla ricerca del guado del Metauro e qui, a destra del fiume tra le Caminate e la Cerbara, sconfitto. È il giorno fausto del 24 giugno, di cui Ovidio nei suoi Fasti (VI, 769-774) e la battaglia del Metauro è considerata una delle più decisive battaglie della storia del mondo.
Questa battaglia interessa i nostri luoghi, oltre che per le fasi preliminari, come nell’azione di disturbo del pretore romano, anche per le fasi finali e successive. Secondo il Branchini nella valle del Cesano sarebbe stata distrutta la cavalleria cartaginese, inseguita da Porcio Licino, che, come si vedrà nel cap. VI, avrebbe dato origine al nome di Monteporzio, e di cui sarebbe indicazione il rudere romano, qui avanti ricordato, e numerose tombe con tegoloni simili a quelli della valle del Metauro 4. Secondo lo Scipioni da tali fasi conclusive sarebbe derivata l’etimologia di Orciano: qui si sarebbe trovato Annone, un capitano di Asdrubale, e Claudio Nerone, che scorreva la valle insieme con Livio Salinatore, avrebbe esclamato «urgeat Annonem», poi cambiato in Urgeano e quindi Urceano.
Nella questione, sempre dibattuta, sul luogo della battaglia del Metauro, Monteporzio nei tempi recenti è stato al centro della discussione. Il Buroni, in polemica contro le tesi del Basso Metauro (come egli chiama le opinioni, prevalenti, che determinano il luogo tra le Caminate e Cerbara) così ironizza: «In un batter d’occhi è addivenuto celebre Monte Porzio. Il Bonarelli vi sistema le legioni del Salinatore, le legioni di Porcio Licinio, i profughi riminesi; D. Getulio Rossi vi fa molestare fieramente la retroguardia di Asdrubale; D. Aurelio Branchini vi fa distruggere la cavalleria cartaginese “nella notte della fuga, poco prima delle undici alle due”. Interpretazioni, che nessun testo autorizza». A parte l’ironia del Buroni e le esagerazioni degli altri su certi particolari, non si può dubitare che i nostri luoghi siano stati teatro di quel grande fatto storico. Comunque, a parte ciò, molti sono i ruderi romani nella zona. «Monte Porzio:
1) Ascia romana di bronzo, rinvenuta presso i ruderi romani, nel 1925 (Ugo Rellini in Bullettino di Paletnologia Italiana, 1941-42, XIX-XX, anno V-VI, Nuova Serie, p. 115).

2) Nel predio Taddei, poco lontano dal Moraccio ho notato resti di costruzioni in calcestruzzo (Notizia del dott. G. Giorgi, nel 1952).

3) Il podere Micci, al confine di Monte Porzio, contiene moltissimi rottami di tegole di vasi antichi. In un muro simile al Moraccio si rinvenne un sepolcro ricoperto di tegole, con vasi ed un campanello privo di battacchio. In uno scavo praticato dal colono si rinvennero rottami di vasi da cucina, anfore ecc. (Notizie Scavi, 1878, p. 156).

4) Moraccio. Ivi sono ruderi di costruzioni in calcestruzzo; sopra il suolo e sottosuolo, resti fittili, tegoloni da tombe con ossa di scheletri, ecc. Presso il Moraccio nel secolo scorso vennero in luce vasi di terra cotta ordinari, legati con piombo, un pezzo di tegola con bollo L. AFID DEME, ed altre (Notizie Scavi, 1878, p. 156).

5) Nel podere Melangola, in luogo prossimo ove si fecero scavi nel 1878 si trovò un oggetto ove il direttore lesse: L. PEA AT., una tomba di età repubblicana e una casa romana (Notizie Scavi, 1878, p. 156 e 312)».
DALLA DISTRUZIONE DEI BARBARI ALLA RICOSTRUZIONE CRISTIANA.

I BULGARI
Come si è segnalato nei primi capitoli, il nostro territorio venne abitato fin dai tempi dell’età della pietra e se ne ricordano e se ne hanno tuttora le tracce, come quelle successive dei pregallici, dei Senoni e dei Romani. Non si è potuto, è vero, argomentare un centro abitato, tuttavia la nostra storia è direttamente interessata al grande avvenimento della fine dell’impero romano con la distruzione dei barbari e la trasformazione e ricostruzione operata dal cristianesimo. In un mutuo avvicendamento e relazione di effetto e causa, intervengono qui anche le condizioni economiche, ma ciò non impedisce che da allora, del resto come ora, questa storia è la storia delle chiese, con le quali nascono, si sviluppano e muoiono i villaggi.
Nel 408 dell’era di Cristo, Alarico, re dei Goti, scende in Italia, passa il Po a Cremona e venendo da Bologna e Rimini, porta la distruzione nel Piceno, come si rileva particolarmente dalle opere di Giordane e di Procopio1. Lo storiografo senigalliese, l’arciprete della cattedrale Giovanni Francesco Ferrari, precisa, ma da fonte incerta e insicura, che Alarico distrusse Senigallia il giorno 8 agosto, mentre il cognato Ataulfo distruggeva Suasa e Ostra 2. Da questo barbaro Ataulfo, sempre secondo il Ferrari, deriverebbe il nome di Mondolfo («Montataulfo- Montaulfo-Mondolfo»)3. Tali «distruzioni» debbono interpretarsi relativamente, data la sopravvivenza non solo di Senigallia, che riprenderà vita entrando a far parte nel sistema politico-militare della Pentapoli, ma, limitatamente fino alla fine della guerra gotica ed all’arrivo dei Longobardi, anche di Suasa e Ostra.
Potrebbe riguardare il territorio di Monteporzio e Castelvecchio una iscrizione latina in grafia greca, ritenuta spuria dal Bormann ma più probabilmente autentica, che dice: «(Io) Suasa, nata con le fatiche dei Greci, ho coperta tanta vastità (di territorio) che tu vedi. L’empio Alarico, volendomi distruggere, mi ha creato madre dei tanti castelli circostanti. Lode a Dio»5. Tra questi castelli dovrebbero annoverarsi quelli di Monteporzio e Castelvecchio e gli altri del territorio ora distrutti. La scomparsa di Suasa ha dato certamente modo di svilupparsi a questi castelli.
La vallata del Cesano fu certamente teatro della guerra gotica ed è probabile quanto viene riferito da alcuni che qui passò Narsete prima della sua vittoria definitiva a Busta Gallorum (= crematorio dei Galli), anche a prescindere se questa località venga situata a Gualdo Tadino o nel territorio di Sentino6. Questa guerra gotica e la successiva invasione dei Longobardi completarono la distruzione. Ma gli stessi barbari, convertiti al cristianesimo cattolico, iniziarono subito la ricostruzione. I nostri luoghi sono nel triangolo di territorio delimitato da tre monasteri insigni: Santa Maria in Portuno (Madonna del Piano), San Lorenzo in Campo e San Gervasio. L’abbazia di Santa Maria in Portuno testimonia il passaggio dal paganesimo al cristianesimo, dal culto di Venere a quello della Madre di Dio; a San Lorenzo in Campo si venerarono le reliquie di San Demetrio portate qui al tempo dei Bizantini; a San Gervasio si ammira tuttora il sarcofago cristiano dei primi decenni del sec. VI: siamo cioè nel tempo prima dell’arrivo dei Longobardi. Più avanti si registreranno i primi ricordi dei nostri luoghi appunto dalle proprietà di questi tre monasteri.
Ma Monteporzio e Castelvecchio si ricollegano con San Gervasio con i vincoli etnici e religiosi: San Gervasio è la chiesa dei Bulgari, dei quali è presso di noi il primo storico centro abitato.
I documenti che accertano nel territorio comunale un luogo chiamato «Bulgaria», come solevano nominare gli emigrati Bulgari la località del loro stanziamento in ricordo nostalgico della «grande Bulgaria» alle foci del Volga, sono numerosi.
Il documento più antico è il privilegio concesso dall’imperatore Ottone III il 7 marzo 1001 all’abbazia di San Lorenzo in Campo, nel quale si parla della «cella di San Pietro in Bulgaria» nel territorio di Senigallia.
Il privilegio del papa Pasquale III del 6 febbraio 1112 allo stesso monastero conferma tra i vari beni anche «la corte di San Pietro in Bulgaria».
Il giorno 1 gennaio 1120 Mainardo, abate di San Lorenzo in Campo, concede in enfiteusi a Paolino e Vivolo, figli del fu Atto, ed a Berta loro madre tre moggi di selva e terra «nel fondo San Pietro dei Bulgari».
Il 21 ottobre 1127 Imelda, figlia del fu Guglielmo, e Corrado, figlio del fu Sifredo, cedono a Mainardo, abate di San Lorenzo in Campo, le loro proprietà, tra le quali elencano quella sita «nel vico dei Bulgari»
Il papa Anastasio IV, rinnovando il privilegio alla stessa abbazia il 27 novembre 1153, nomina tra i vari beni anche «il castello di San Pietro di Bulgaria»12.
Il papa Urbano III il 25 giugno 1187 conferma ancora questi beni, tra i quali «la corte di San Pietro in Volgaria».
Già da questa sintesi risalta che la chiesa, il fondo, il castello, la corte di Bulgaria fosse sita nel nostro territorio, trattandosi di beni siti nel comitato di Senigallia. Gli altri beni, siti nel comitato dei Senigallia, sono ben distinti, come Cerqua Cupa, Frattula, Carticosa ecc. Un documento, spurio ma nel caso della identificazione di piena validità, tratta della donazione di Gottifredo di Castel Berardo (presso Castelvecchio) al monastero di San Lorenzo in Campo14. Nel testo di questo documento si danno questi confini: «primo, il fiume Cesano; secondo, il Rio Maggiore; terzo, il castello di Busicchio»15. Inoltre, una nota nel verso del citato documento del 1127 sulla cessione di Imelda e Corrado è esplicita sul sito «In Bulgnisco di San Pietro di Monte Porco nel fondo di Monte Porco»16. A conferma si richiamano anche i due documenti del 3 agosto 1149 sui possedi- menti di Panfilia del fu Alberico, scritti «con mano antica e longobarda»17: i Bulgari convivevano con i Longobardi ed erano soggetti alle loro leggi.
Una difficoltà potrebbe essere il silenzio assoluto, nei secoli successivi fino al presente, sulla chiesa di San Pietro; ma ciò non è un caso unico, anzi è normale, perché tale silenzio si ha anche su altre chiese, come si vedrà qui avanti trattandosi della pieve.
Come spiegare la presenza di questo popolo nei nostri luoghi? come e quando vi sarebbero venuti? Presupposta la presenza dei Longobardi nella Pentapoli, cioè nelle «cinque città», tra le quali Senigallia, collegate con l’esarcato di Ravenna, e presupposta anche la convivenza dei Bulgari con i longobardi stessi, non si può escludere la possibilità di un ingresso in Italia con Alboino nel 568 e nella Pentapoli verso la fine del sec. VI18. Ma è più probabile la loro venuta quasi esattamente un secolo dopo secondo i racconti degli scrittori greci Teofane e Niceforo, riportati poi anche da Landolfo Sagace. Sintetizzando e spiegando tali racconti, si ricorda che al tempo dell’imperatore Costante II (641-668) o Costantino IV (668-685) Orbato o Crobato, re dei Bulgari, prima di morire aveva raccomandato ai suoi cinque figli di non separarsi ma di restare uniti senza dar mai fastidio agli altri popoli. In realtà solo il primo, di nome Buthaias, restò nell’antico territorio sul Volga: è il territorio chiamato «Magna Bulgaria» con la capitale Bulgar, dove i Bulgari resistettero vittoriosi contro i Mongoli e i Tartari; fino a Pietro il Grande i sovrani russi conservarono il titolo di Signori della Bulgaria. Il secondo figlio, Contarago o Cotrago, passò il fiume Don fermandosi di fronte al territorio del primo fratello. Il terzo, chiamato Hasparuk, passò il Danubio e si fermò nel territorio della odierna Bulgaria, dove, con l’indipendenza dall’impero bizantino, si formò il regno Bulgaro. Degli altri due figli, anonimi, il quarto andò in Pannonia assoggettandosi agli Avari, e il quinto venne nella Pentapoli, vicino a Ravenna, assoggettandosi all’impero dei cristiani. Di stanziamenti di Bulgari nella Pentapoli si ha memoria, oltre che qui a Monteporzio, anche nel vicino Ponte Rio, dove presso la chiesa di San Gervasio di Bulgaria era sito il «vico degli Sclavini» (i protoslavi uniti ai Bulgari), nel territorio di Rimini e di Osimo.
I nostri Bulgari erano un popolo pacifico di agricoltori, senza organizzazione militare. Dalle espressioni dei citati Teofane e Landolfo Sagace sembra dedursi che essi venissero qui ancora pagani. Ma ben presto si convertirono al cristianesimo ed è ricordo e monumento della loro fede la chiesa di San Gervasio, la chiesa parrocchiale di Monterado, che ha per titolare insieme con San Patrignano il santo degli Slavi San Giacomo Minore, i toponimi vari della nostra vallata riferentisi al santo nazionale dei Bulgari Sant’Andrea. Con Paolo Diacono (V, 29) si può dire dei nostri come di quelli del Molise:
«Ancora oggi (cioè al sec. VIII) gli abitanti di quelle zone, benché ormai parlino anche il latino, non hanno perduto l’uso della loro lingua». Questa lingua latina, «lingua veiculare» fra tutti i dialetti barbarici, finirà per prevalere, essendo l’unica scritta; anche le leggi barbariche venivano scritte in latino. I Bulgari erano in posizione
19 Su questo quinto figlio cfr. TEOFANE in MIGNE, PG, 108, col. 728; NICEFORO in MIGNE, PG, 100, col. 932; LANDOLFO SAGACE in MIGNE, PL, 95 col. 1056. I Bulgari stanziati in Lombardia e nel Piemonte sarebbero venuti in Italia insieme con Alboino. PAOLO DIACONO, V, 29, in un racconto parallelo, almeno cronologicamente, parla del duca dei Bulgari Alzeco, che ebbe delle terre deserte da Romoaldo, duca di Benevento e figlio del re longobardo Grimoaldo; con le città di Sepino, Boviano, Isernia e altre città si formò il gastaldato, da cui poi il comitato Molisano. Se si dovesse identificare questo Alzeco con il bulgaro Alzio dello pseudo-FREDEGARIO (in MIGNE, PL, 71, col. 651 n. 72), sarebbe stata lunga e tragica questa emigrazione: questi Bulgari si sono rifugiati in Francia ma il re Dagoberto in una sola notte li fece uccidere tutti con le loro mogli e bambini; Alzio ne sarebbe superstite con settecento uomini con le loro mogli e bambini.

Tratto da “Monte Porzio
e Castelvecchio nella storia” Mons. Alberto polverari